mercoledì 27 settembre 2017

MACERIE PRIME

di Matteo Marescalco

Piccolo off-topic (per un argomento non del tutto sconosciuto sul nostro blog: in passato, abbiamo già trattato de La distanza di Colapesce e Baronciani) dedicato alla prossima uscita del nuovo libro di Zerocalcare: Macerie prime. Il fumetto arriverà nelle librerie e in tutte le fumetterie d'Italia dal 14 Novembre e avrà lo stesso formato di Dimentica il mio nome, un cartonato in bianco e nero di 192 pagine dal costo di 17 euro. 
Per l'occasione, Bao Publishing lancerà il libro realizzando tre copertine diverse. La copertina regular è disegnata da Zerocalcare e colorata da Alberto Madrigal. La variant da libreria (limitata a 5000 copie) sarà principalmente venduta dalle librerie Feltrinelli e da quelle che presenteranno il libro in anteprima e offriranno al pubblico la possibilità di un firmacopie con l'autore. Tutte le singole variant da fumetteria (limitata a 1500 copie) saranno numerate singolarmente e costituiranno l'edizione più rara tra le tre tipologie di copertina. La prima tiratura di Macerie prime arriverà nelle librerie in 100.000 copie. 

Ma l'appuntamento con i lettori non si esaurisce qui. A Maggio 2018, infatti, uscirà un secondo volume dello stesso formato del primo: Macerie prime-Sei mesi dopo. Il libro riprenderà le vite dei suoi protagonisti esattamente sei mesi dopo, quando alcuni di loro, nel frattempo, si saranno persi di vista. Aprendo il libro, personaggi e lettori scopriranno cosa è successo. 

Secondo la descrizione fornita da Bao Publishing, -Macerie prime è un libro su ciò che ci rende
umani. Sulle cose che, per quanto siano messe a dura prova dalla vita, dobbiamo proteggere ad ogni costo. Il libro è stato pensato per essere letto in due atti e non sarà mai pubblicato in un volume unico-.

Anche il primo volume della storia ha un sottotitolo che sarà svelato solo in corrispondenza dell'uscita nelle librerie e fumetterie. Appuntamento al 14 Novembre!

martedì 26 settembre 2017

MOTHER!

di Matteo Marescalco

Dopo il diluvio universale di Noah che ha investito la sua carriera, segnando uno dei più pesanti tonfi all'interno della sua filmografia, Darren Aronofsky torna a Venezia con l'attesissimo Madre!, a metà strada tra l'horror ed il dramma d'autore, con un cast degno dei migliori red carpet internazionale: a guidare la parata delle star che illuminano il film è Jennifer Lawrence, accompagnata da Javier Bardem, Ed Harris, Michella Pfeiffer, Domhnall Gleeson e Kristen Wiig.

Avevamo lasciato Aronofsky in preda alla distruzione totale del suo cinema, con un nuovo mondo da costruire. Lo ritroviamo qui alle prese con una coppia borghese che abita una casa dispersa in mezzo ad una imprecisata campagna. Lui è uno scrittore al lavoro sul suo nuovo libro, la cui genesi lo sta logorando; lei è la giovane moglie che si prende cura della casa, bada al marito e cerca di ispirarlo, senza alcun risultato. La tranquillità della coppia sarà minata dall'arrivo di due estranei e dei loro figli. La casa verrà spinto nel gorgo di una distruzione totale dalla quale il libro dello scrittore riuscirà, finalmente, a nascere. A scapito, tuttavia, dell'integrità mentale della moglie.

Mother! era il film più atteso della 74esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia ma è riuscito ad ottenere solo roboanti fischi scaldati da pochi tiepidi consensi. Per quale ragione? Darren Aronofsky è un autore molto particolare che, nel corso degli anni, ha sempre portato in scena una visione di cinema molto caratterizzata dal proprio ego. Anche questo Mother! nasce dalle più oscure ossessioni del regista e trova il proprio sviluppo di una struttura binaria. La prima parte del film è caratterizzata da un senso di inquietudine e di angoscia che penetra lentamente nel tessuto narrativo, fino al turning point che genera l'esplosione totale del corpo filmico e delle immagini. Sembra quasi che la forza delle parole diventi, per l'autore, una necessità per compensare la pochezza di ciò che viene mostrato. Ed ecco venire a galla una serie di interessanti riferimenti biblici che, tuttavia, sguazzano in un apparato metaforico banale, volto ad elevare la cornice intellettuale di Mother!. Il secondo atto sfocia nel pastiche ridondante e tronfio, in cui si alternano stasi totali a momenti di asfissia delirante, in nome della creazione artistica.

Le svolte narrative sono frettolose e subordinate ad una sovrastruttura intellettuale che ne mina gli
spazi liberi, in nome di un progetto artistico-narrativo che, con la progressione del film, rischia di essere divorato dall'egocentrismo di un regista troppo preso dal proprio ego. Il racconto sul lato oscuro della maternità e dell'essere umano viene completamente sacrificato in nome di una teorizzazione ridondante che cannibalizza la storia e trasforma il film in un'occasione perduta.

martedì 19 settembre 2017

AMMORE E MALAVITA

di Matteo Marescalco

Dopo l'incoronazione istituzionale arrivata all'ottava edizione dell'allora Festival Internazionale del Film di Roma, diretto dall'aficionado del cinema di genere, Marco Muller, con il loro Song'e Napule, i fratelli Manetti debuttano anche alla Mostra del Cinema di Venezia, con il musical Ammore e malavita.

La scelta di Alberto Barbera si è dimostrata coraggiosa (Ammore e Malavita è stato inserito nel Concorso Ufficiale della selezione festivaliera) ed è da ricondurre alle stesse motivazioni che, lo scorso anno, portarono i selezionatori ad inserire in Concorso Piuma di Roan Johnson, commedia agrodolce sulle difficoltà della genitorialità per due ragazzi 18enni. La leggerezza di una commedia, nel caso di Piuma, e di un musical napoletano, nel caso di Ammore e Malavita, hanno avuto il merito di spezzare il ritmo festivaliero con due storie rapide ed efficaci e dal tono drammatico decisamente smorzato.
In modo particolare, Ammore e Malavita attinge ad un universo che, negli ultimi anni, a partire dall'exploit di Roberto Saviano con Gomorra, ha portato all'esportazione internazionale del film di Matteo Garrone tratto dal best-seller, dell'omonima serie tv diretta da Sollima, Comencini e Cupellini (giunta alla sua terza stagione, i cui primi episodi saranno eccezionalmente mostrati anche nelle sale cinematografiche) e di Suburra film e serie tv, primo prodotto italiano realizzato e distribuito da Netflix.

Don Vincenzo Strazzalone è un boss della camorra nonché imprenditore nel campo del pesce. Sfuggito ad un attentato, decide di cambiare vita e di abbandonare la vita da fuggiasco. Braccato da criminali e polizia, decide di mettersi da parte ed iniziare una nuova esistenza in compagnia della moglie, donna Maria, appassionata di cinema e braccio destro del marito. I due coniugi escogitano un piano, contando sulla protezione assicurata loro dalle Tigri, i due fedelissimi Ciro e Rosario, incaricati di eliminare una ragazza che sa ciò che, in realtà, non dovrebbe sapere. Caso vuole che tra la ragazza e Ciro esiste un passato d'amore che complica la vicenda fino alle estreme conseguenze.

L'inevitabile provincialismo della vicenda ben localizzata e raccontata in Ammore e Malavita viene superato dall'adesione ai modelli formali del musical americano e dalle continue strizzate d'occhio al cinema di genere, di cui i fratelli Manetti sono avidi consumatori. I riferimenti vanno da 007: Missione Goldfinger a Ritorno al Futuro, fino alle rom-com che la protagonista della narrazione consuma fino a conoscerne le battute a memoria. La tradizione popolare ed il sottogenere della sceneggiata napoletano fungono da immaginario da cui Ammore e Malavita pesca a piene mani, collocandosi nell'ambito di un cinema (quello dei Manetti) che sforna film di genere da ben prima dell'exploit nelle sale italiane di Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti. Attraverso momenti comici ben costruiti e la decostruzione di un universo gangsteristico esportato dai media italiani, i Manetti Bros. Pongono lo sguardo sulla realtà contemporanea, alternando momenti di riflessione a attimi in cui il divertissment prevale e sfocia in un pastiche dai toni cromatici e musicali esplosivi. Nelle sue esagerazioni, Ammore e Malavita non molla un attimo lo spettatore e si afferma come uno dei prodotti italiani dell'anno per il pubblico di massa. 

sabato 16 settembre 2017

NICO, 1988

di Matteo Marescalco

E' toccato a Susanna Nicchiarelli il compito di aprire la sezione Orizzonti della 74esima edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. La regista romana torna dietro la macchina da presa dopo il promettente esordio Cosmonauta e La scoperta dell'alba.

A passare sotto la lente della Nicchiarelli sono gli ultimi anni di vita di Nico. O, meglio, di Christa Päffgen, la donna dietro l'icona che viene ricordata per aver suonato con i Velvet Underground, per essere fiorita nella factory di Andy Warhol e, ancora, per aver condotto una relazione con Jim Morrison dei The Doors. Nel 1986, Christa si confronta con i fantasmi del proprio passato: con il proprio corpo, ormai vittima del baratro delle droghe, trasformato dall'eroina, con una chioma bruna lontana un miglio dal biondo acceso che ha caratterizzato i suoi anni eroici, con l'insuccesso del tour sgangherato che ha condotto la cantante fino ad Anzio.

Il film si apre con Nico bambina che fissa da lontano le luci che illuminano la città di Berlino. Peccato che si tratti solo dei bagliori della distruzione della fine della seconda guerra mondiale. Le tenebre esistenziali della fine di Berlino costituiranno il leitmotiv delle sensazioni e delle emozioni provate da Christa negli anni a venire. E, soprattutto, della sua produzione artistica, belva famelica su cui tanta influenza ha avuto anche il suo tono vocale graffiante e ferino.

Nico, 1988 si allontana dalla costruzione tradizionale di un classico biopic: è privo del suo tono elegiaco che riduce tutto a lustrini e a superficialità, scegliendo di aderire quanto più possibile ad un personaggio che, alla fine della propria vita, prova anche a ricostruire il rapporto con il figlio dalle tendenze suicide. La Nicchiarelli approfitta del vuoto documentaristico su questo periodo di vita di Nico per comporre un ritratto libero e privo di freni inibitori, incatenato tra i margini di un'inquadratura scura che lascia poco spazio alla liberazione finale. Christa, attraverso l'ausilio di dispositivi tecnologici, prova a tornare indietro nel tempo, alla ricerca di un suono perduto, del momento in cui la sua vita ha assunto un andamento irrimediabilmente discendente. Verso frammenti di un tempo che affiorano con costanza ma che riescono ad affermarsi solo superficialmente. 

In questa ricostruzione sui generis, non mancano sequenze che restituiscono il piacere dei viaggi lisergici compiuti da Christa e della liquefazione della sua identità, in preda ad un delirio baccantico che ha dato forma alla sua esistenza. Nico, 1988 è una mosca bianca nel panorama cinematografico italiano, un atto di coraggio produttivo oltre che di sapienza formale. Un film vivo ed imperfetto. Un po' come Christa, in fin di vita ma vogliosa, fino all'ultimo di ripartire e riprendere la strada.

martedì 12 settembre 2017

VENEZIA 74: THE SHAPE OF WATER E I NUOVI LIDI DEL CINEMA

di Matteo Marescalco

*pubblicato per Cinemonitor: http://www.cinemonitor.it/36340-the-shape-of-water-il-leone-doro-che-suggella-lidea-di-cinema-di-barbera/
 
«Bisogna restare puri, bisogna avere fede, in qualsiasi cosa l'abbiate. Io, ad esempio, ce l'ho nei mostri. Sono incredibilmente lieto di ricevere questo premio. Io credo nella vita, credo nell'amore, credo nel cinema e resto qui, su questo palco con voi, pieno di vita, pieno di amore e pieno di cinema».

A prescindere dalla qualità del film in sé, il fatto che l'autore di un cinema magico e dalle fattezze artigianali, popolato da robottoni, fauni, anfibi e mostri vari, trionfi nel tempio del cinema d'autore dalla nomenclatura roboante quale è la Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, è una grandissima notizia. Perchè sintesi di una 74esima edizione eclettica e bilanciata, trasversale e popolare, che ha offerto una panoramica di opere in grado di rispecchiare i molteplici scenari del cinema contemporaneo. Il Leone d'Oro a The Shape of Water di Guillermo del Toro assurge a simbolo dei sei anni di direzione artistica di Alberto Barbera, moderato innovatore, combattivo stratega in grado di offrire una visione d'insieme compiuta ed equilibrata e, allo stesso tempo, di compiere un balzo in avanti ed innestare elementi moderni nel medesimo terreno su cui altri direttori festivalieri hanno innalzato barricate e steccati in difesa del passato. 

La vittoria di The Shape of Water è l'apice della sintesi tra universo d'autore e lungimiranza commerciale inseguita da Barbera e dal suo team negli ultimi anni. L'apertura ai prodotti Netflix ed il concorso per i “mostri” della VR erano sintomi abbastanza eloquenti della nuova veste della Mostra del Cinema, alla ricerca di nuovi lidi verso cui allargare il proprio sguardo. E ben venga che tali lidi siano frequentati dai mostri di del Toro, «santi protettori dell'imperfezione», a detta del regista. In un certo senso, The Shape of Water è un high-concept movie: una ragazza muta si innamora di un mostro. Attorno alla Storia principale (verso la quale confluiscono fiumi passati), il regista messicano orchestra sapienti ricostruzioni storiche del passato e trame favolistiche che strizzano l'occhio all'horror classico (a quei mostri Universal tanto amati da del Toro) e all'immaginario cinematografico novecentesco. A partire dalla scelta di portare una creatura anfibia (venerata come un dio nel suo ambiente ma ridotta a cavia nello spazio narrativo) in un laboratorio nell'America degli anni '60, luogo di mutazioni di forma e contenuto, secondo le parole di Paul Schrader in un cortometraggio che, in occasione di Venezia 70, rifletteva sui cambiamenti di tessuto del cinema contemporaneo. Il mostro della laguna ha estrema necessità di una spettatrice che torni a venerarlo al chiuso di un cinema (è proprio in una sala cinematografica che scocca la scintilla d'amore tra i personaggi) e a proteggerlo dall'avvento della televisione. L'allegoria del cinema visto come un mostro anacronistico è abbastanza palese.

Ma The Shape of Water, come ogni fiaba che si rispetti, è animato da altri mostri ben più pericolosi. E molti di loro sono semplici esseri umani. Il racconto nuota nelle oscure profondità dell'archetipo, con un'eroina desiderante al suo centro che lotta per consentire alla propria passionalità di sbocciare. Il film è intriso di sessualità, percepita, nell'ordinarietà degli scenari quotidiani, come un elemento mostruoso. Sono l'amore e il sesso a restituire corpi vergini o corrotti nascosti sotto apparenze completamente opposte. Come ne Il labirinto del fauno, anche in The Shape of Water i veri mostri sono gli esseri umani ossessionati dalla perfezione e dall'ordine. Quelli che non tollerano difetti e diversità. I villain patriottici e violenti che lottano per impedire amori non convenzionali; che hanno perso la purezza infantile che li portava a credere nel bene, nel male e in mostri da amare e da alimentare con la propria fantasia, al buio di una sala cinematografica ancora in grado di fagocitare i suoi spettatori. O, almeno, tutti gli uomini e le donne in grado di spingere lo sguardo al di là del loro Covington, verso un universo soltanto immaginato ma non per questo privo della possibilità di esistere. Ecco che il cinema di Venezia 74 può continuare ad esistere solo se in grado di abbracciare una nuova (ir)realtà mostruosa per giustificare la sua esistenza. Perchè non esisterebbe il sé senza l'altro da sé, allo stesso modo in cui la Principessa senza voce è indissolubilmente legata al proprio principe mostruoso.
 

lunedì 11 settembre 2017

CARS 3

di Matteo Marescalco

John Lasseter e co. riportano nuovamente in pista Saetta McQueen, amato protagonista della saga di Cars, giunta al terzo episodio. In un ideale ritorno alle origini e agli affetti più cari, Saetta si trova ad affrontare uno dei suoi più temuti spauracchi: la sconfitta. La tecnologia digitale (programmi di training virtuali, assistenti digitali e tapis roulant elettronici) ha reso le auto in gara molto più competitive e McQueen ed il suo team, ultimo retaggio del mondo analogico (o, meglio ancora, di una prototecnologia digitale) non sono riusciti ad adeguarsi ai nuovi standard di velocità. Battuto da Jackson Storm, Saetta inizia a dubitare sulla propria identità e sulle sue capacità di auto da corsa. Torna così a Radiator Springs, bisognoso dei consigli del suo mentore Doc Hudson e dell'amicizia di Cricchetto e Sally. Tra i nuovi alleati, si situa anche Cruz Ramirez, motivatrice ed allenatrice che ha messo di lato il sogno di diventare pilota per dedicarsi al training di auto da corsa.
 
Indubbiamente, Cars 3 è uno dei prodotti minori creati dagli studi Pixar. L'intera saga non è mai riuscita a penetrare il cuore dei cinefili allo stesso modo dei restanti film della casa di animazione digitale americana. Saetta McQueen viene rilanciato in un agone d'animazione ben più ricco degli anni precedenti. La Illumination e la Walt Disney hanno iniziato a sfornare film in grado di competere con i migliori prodotti Pixar. Il sentimento di accerchiamento si manifesta in questo terzo episodio della saga di Cars, che ha nella classica tematica del rapporto allievo-maestro il cuore pulsante della propria narrazione. Come la macchina cinematografica prova ad adeguarsi alle più recenti innovazioni tecnologiche, bilanciando gli innesti digitali con una ossatura narrativa classica, allo stesso modo Steve McQueen deve riflettere sul mutato scenario. Fare largo ai giovani ed accettare l'età che avanza o tornare a mettersi in gioco a costo di fare brutte figure?
 
Cars 3 è il perfetto compimento di una saga sottotono, dedicata ancora una volta al sentimento dello scorrere del tempo e delle conseguenze che provoca sulle esistenze dei personaggi che entrano in ballo nei vari racconti. Brian Fee confeziona un prodotto misurato ed equilibrato, rivolto ancora una volta a grandi e piccini, ma privo di particolari guizzi narrativi che evitano di innalzarlo nell'olimpo dei film d'animazione Pixar.

sabato 9 settembre 2017

JIM & ANDY: THE GREAT BEYOND

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank

Chi è cresciuto nel corso degli anni '90 ha un innegabile debito nei confronti di un investigatore privato dalle camicie hawaiane sgargianti specializzato nel ritrovamento di animali domestici, di un timido bancario che si innamora della pupa di un gangster e che trova una maschera verde che libera il Mr. Hyde che è in lui, ed ancora di uno scemo che divide l'appartamento con un coinquilino ancora più scemo, creazione dei Fratelli Farrelly, al loro debutto cinematografico.
Jim Carrey ha rappresentato la quintessenza degli anni '90, un'icona in grado di restituire il fulgore decadente e contraddittorio di quel decennio, iniziato come il primo attore comico a ricevere un compenso da 20 milioni di dollari per l'interpretazione, e terminato con due dei tre ruoli drammatici (The Truman Show, Man on the Moon ed Eternal Sunshine of the Spotless Mind) che gli avrebbero consentito di affermarsi presso quella larga fetta di pubblico che ancora non stravedeva per lui.

Man on the Moon di Milos Forman rappresenta per l'attore canadese il punto di non ritorno, a partire dal quale il numero di progetti intrapresi si dilaterà nel tempo e la percezione del pubblico subirà qualche cambiamento. Il biopic che Forman dedica al comico Andy Kaufman nel 1999 è il film in cui Carrey, probabilmente, raggiunge il punto più alto della sua carriera. Costantemente in preda a sdoppiamenti della personalità ed alle prese con personaggi che faticano a reprimere i loro istinti primordiali, Carrey si immedesima completamente con Kaufman: comico morto prematuramente per un tumore ai polmoni con cui condivide il giorno di nascita (17 Gennaio per entrambi), la verve caustica ed istrionica, oltre che una leggenda metropolitana che punta sull'incredibile somiglianza tra i due per sostenere la tesi secondo cui Kaufman si sia sottoposto ad un intervento di chirurgia plastica per rendersi irriconoscibile e Jim Carrey sia semplicemente l'ennesima sua creazione comica.
*continua a leggere su Point Blank: http://www.pointblank.it/recensione/jim--andy-the-great-beyond/ 

venerdì 8 settembre 2017

THE SHAPE OF WATER

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank

“Se vi dovessi parlare di lei, la principessa muta, che potrei dirvi? Vi dovrei parlare del quando? È successo tanto tempo fa durante gli ultimi giorni di regno di una Principessa delle fate. O vi dovrei parlare del posto? Una piccola città vicino alla costa ma lontano da qualsiasi altra cosa. O forse dovrei mettervi in guardia sulla veridicità di questi fatti e sulla favola dell’amore e della perdita e del mostro che ha tentato di distruggere tutto”. 

Dopo qualche occasione sprecata, è con queste frasi che Guillermo del Toro torna al territorio che gli è più congeniale: quello in cui l’universo fiabesco si scontra duramente con una ben precisa realtà storica. Insomma, lo schema drammaturgico de Il labirinto del fauno, film che diede al regista messicano la notorietà internazionale, viene replicato anche in questo nuovo The Shape of Water, in concorso alla 74esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Con un innesto funzionale all’esplorazione di anfratti oscuri e materici: l’amore e il sesso restituiscono corpi vergini e corrotti nascosti sotto apparenze completamente opposte.

*continua a leggere su Point Blank: http://www.pointblank.it/recensione/the-shape-of-water/

OUR SOULS AT NIGHT

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank

Una sera come tante altre, Louis Waters (Robert Redford) sente bussare alla propria porta. La visitatrice inaspettata è Addie Moore (Jane Fonda), la sua vicina di casa da una vita, che gli propone di condividere le loro solitudini e di dormire insieme dalle notti seguenti. Per quale motivo? “Per superare la notte, stare insieme e parlare un po’”. Entrambi sono vedovi e hanno i figli che vivono lontano. Potrebbe essere arrivata l’ultima occasione per conoscersi meglio e scoprire reciprocamente aspetti caratteriali fino ad allora sconosciuti. 

Da una prima lettura della trama, comprendiamo quanto questo film, prodotto e distribuito da Netflix e diretto da Ritesh Batra, non abbia particolari aspirazioni ma sia caratterizzato da un mood ben riconoscibile: due anziani ormai soli con un dramma alle spalle decidono di sfidare le convenzioni della comunità in cui vivono, la cui rappresentazione, d’altronde, aderisce anch’essa ad una serie di cliché. Dalla migliore amica di Addie, comprensiva ma timorosa di poter essere sostituita da Louis, ai buddies del protagonista maschile, dediti a prese in giro di non irrilevante intensità. L’unico fattore di interesse di quest’operazione risiede nella coppia protagonista: Robert Redford e Jane Fonda. Grandi protagonisti del cinema hollywoodiano anni ’60-’80, campioni della cultura liberal, già insieme ne La caccia di Penn, in A piedi nudi nel parco e ne Il cavaliere elettrico di Pollack, i due attori si ritrovano, invecchiati ma non meno affascinanti, a condividere lo schermo di un cinema che non è più quello dei combattivi anni da loro trascorsi, in preda ad una migrazione che lo sta portando verso nuovi lidi. 

THREE BILLBOARDS OUTSIDE EBBING, MISSOURI

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank

In piena notte, in un paesino della provincia profonda del Missouri, vengono affissi degli avvisi su tre cartelloni pubblicitari posti sul ciglio di una strada secondaria. La tranquillità della dormiente cittadina viene sconvolta da un gesto che pone nuovamente sotto l’attenzione popolare un omicidio avvenuto mesi prima quando la diciottenne Angela veniva violentata e barbaramente uccisa. Da allora, la madre, Mildred Hayes non è mai riuscita a darsi pace. Decide, così, di punto in bianco di sollecitare la polizia ad indagare e a trovare il colpevole tramite una serie di azioni e controazioni che assumeranno sempre più i caratteri di una piccola guerra civile tra fazioni cittadine opposte.

Sono alcuni tra i volti più celebrati del cinema americano recente ad interpretare i personaggi dell’ultimo dramma di Martin McDonagh, Three Billboards Outside Ebbing, Missouri. Frances McDormand torna alle atmosfere di Fargo e porta in scena il dolore di una donna che ha perso la figlia e che ha visto messa inficiata la speranza che la giustizia, rappresentata da poliziotti razzisti e dai metodi superficiali, riesca a fare il suo corso. I conflitti che animano la vita della popolazione sono incarnati dai continui battibecchi tra Mildred e l’agente Jason Dixon (Sam Rockwell), probabilmente vero cuore pulsante del film, antieroe verso cui il regista non calca mai la mano ma che è sempre pronto a sfiorare con delicatezza, concedendogli una seconda chance. Il corpo della polizia è guidato dal rispettato sceriffo Whillougby, un Woody Harrelson dallo sguardo spiritato, tornato alle atmosfere poliziesche dopo la recente prima stagione di True Detective. I rancori individuali e le continue liti, che hanno trovato nel gesto di Mildred la propria detonazione, diventano emblematici di una situazione universale: ogni oggetto presente in scena apre lo sguardo su dolorosi eventi avvenuti nel passato, su sensi di colpa e su rimpianti mai perdonati, caricando l’ambiente di un valore che rende oggettiva la presenza di suddetti sentimenti.
 

SWEET COUNTRY

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank

Secondo decennio del 1900. Sam è un aborigeno che vive in armonia nella fattoria di Fred (Sam Neill), un uomo bianco timorato di Dio. In Australia, gli aborigeni sono il corrispettivo degli indiani negli Stati Uniti d'America. Vengono maltrattati e schiavizzati, privati dei propri diritti e trattati come stranieri in patria. Tali caratteristiche, tuttavia, non riguardano il rapporto tra Fred e Sam. Fino all'arrivo di Harry March, un ex soldato che viene accolto da Fred e che costringe alla fuga la famiglia di Sam.

Il regista Warwick Thornton, al debutto alla Mostra del Cinema di Venezia con questo Sweet Country, dimostra le proprie origini aborigene nella particolare sensibilità con cui si approccia alla trattazione estetica della vicenda narrata. L'omicidio di un uomo bianco da parte del nativo Sam diventa il pretesto per un road movie che scandaglia anima individuale e collettiva dei caratteri che vi appaiono. La fuga per la salvezza si trasforma in una evidente parabola dedicata alla nascita della nazione australiana, doppelganger del lungo percorso americano verso la costruzione di una società moderna non priva di zone d'ombra. Il pregiudizio e lo sfruttamento dei bianchi trova la propria oggettivazione in autorità prive di scrupoli che amministrano le città, controcampo alle misteriose distese desertiche dell'Australia del Nord, pretesto per applicare uno stile narrativo che rifiuta la tradizionale linearità ed innesta cortocircuiti basati sul contrasto civilization-wilderness. Il mondo degli aborigeni è fatto di premonizioni e ricordi, di spazi sconfinati e di una trattazione cromatica che riproduce la purezza delle sue usanze. In un contesto così distante, scoprire l'altro da sé è quasi impossibile. Soggiogarlo alle proprie istituzioni è un'impresa assai più fattibile per gli uomini bianchi. 

CINEVOTI VENEZIA74

di Matteo Marescalco

 
DOWNSIZING di Alexander Payne ★★1/2
NICO, 1988 di Susanna Nicchiarelli ★★
FIRST REFORMED di Paul Schrader ★★
THE SHAPE OF WATER di Guillermo del Toro ★★★★
HUMAN FLOW di Ai Weiwei
THE DEVIL AND FATHER AMORTH di William Friedkin ★★
OUR SOULS AT NIGHT di Ritesh Batra ★★1/2
SUBURBICON di George Clooney ★★1/2
THE OLD DARK HOUSE di James Whale ★★★1/2
RYUICHI SAKAMOTO: CODA di Stephen Nomura Schible ★★★★
BRAWL IN CELL BLOCK 99 di S. Craig Zahler ★★★★
THE LEISURE SEEKER (ELLA & JOHN) di Paolo Virzì ★★1/2
CANIBA di Verena Paravel, Lucien Castaing-Taylor
THREE BILLBOARDS OUTSIDE EBBING, MISSOURI di Martin McDonagh ★★★★
TUEURS di Françcois Troukens, Jean-François Hensgens ★★
SANDOME NO SATSUJIN (THE THIRD MURDER) di Kore-eda Hirokazu ★★1/2
MICHAEL JACKSON'S THRILLER 3D di John Landis ★★★★
MAKING OF MICHAEL JACKSON'S THRILLER di Jerry Kramer ★★
MOTHER! di Darren Aronofsky ★★
GATTA CENERENTOLA di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Sansone ★★
JIM & ANDY: THE GREAT BEYOND-THE STORY OF JIM CARREY & ANDY KAUFMAN WITH A VERY SPECIAL, CONTRACTUALLY OBLIGATED MENTION OF TONY CLIFTON di Chris Smith ★★★★
AMMORE E MALAVITA dei Manetti Bros. ★★1/2
SWEET COUNTRY di Warwick Thornton ★★1/2