mercoledì 23 agosto 2017

DUNKIRK

di Macha Martini

Silenzio. Strade deserte. Solo rumori di fondo. Scarpiccio. Niente musica. Niente parole. Solo silenzio, profondo e avvolgente. Stai lì con loro, con i soldati che camminano nelle strade abbandonate. Abbandonate come loro, come noi. Nel silenzio, ogni sguardo, vuoto e perso, diventa pesante, diventa un rumore che si leva dal più profondo degli abissi. Spari. Mitragliatrice. Bisogna correre. Ancora silenzio, solo più rumoroso. Niente musica, perché non stiamo vedendo un film, noi stiamo lì dentro con i soldati, anche noi seguiti come topi nelle strade sperdute. Anche noi intrappolati in quella spiaggia bianca, dalla fotografia fredda e agghiacciante. Agghiacciante come il terrore, fredda e azzurra come il mare, l’unica fonte di salvezza, ma anche di morte, le cui onde tacciono silenziose. Silenziose come le migliaia di truppe britanniche disperate che si trovano lì, senza niente, senza nessuno, con solo sé stessi e il rumore del silenzio. Questo è l’incipit dell’epico thriller d’azione dallo sfondo storico dell’eclettico Christopher Nolan: Dunkirk, prodotto da Syncopy e Warner Bros. Pictures.
 
Nolan non vuole girare il solito film di guerra, pieno di azione ed eroi. Vuole girare la verità. Il suoDunkirk è un enorme film spettacolo, ma è anche una storia profondamente umana». «Ha voluto coinvolgere il pubblico nella storia perché vivesse le stesse vicende ed emozioni dei personaggi, che fossero i soldati sulla spiaggia, i piloti in cielo o i civili sulle imbarcazioni». Ha voluto coinvolgerlo, perché, come afferma, da inglese, è una storia che «ci appartiene: è nel nostro sangue», nel quale risuonano le forgotten voices of Dunkirk
A detta di Emma Thomas, storica socia produttrice di Nolan, «l'obiettivo, come espresso dai primi minuti, è di raccontare quel momento storico in un film che coinvolge il proprio pubblico, avvolgendolo completamente, immergendolo come se fosse un’onda del mare, senza perdere il ritmo e la tensione, che salgono come la marea, fino ad arrivare a una catarsi amara e malinconica. Una storia alla quale a noi, grazie alle tecniche di scrittura (o meglio: “non scrittura”) e di regia di Nolan, ma anche di montaggio, suono, fotografia e scenografia del cast, sembra di aver partecipato. «È questa l’esperienza che volevamo per il nostro pubblico: far provare loro la sensazione di essere a Dunkirk», afferma il regista. «La nostra idea era di catapultare il pubblico» in quella che Nolan stesso definisce: «l’estrema corsa contro il tempo e la morte» in «una situazione straordinariamente ricca di suspense» e di intensità.

La chiave di lettura del film è strutturata in tre archi temporali, legati a tre dimensioni spaziali: terra, acqua, aria, intrecciate in un abile montaggio di Lee Smith, che permette di condividere il viaggio di ognuno dei personaggi, tra cui spicca un potente e feroce Tom Hardy, che buca lo schermo solo con gli occhi («ci sono dei momenti nel film dove si vedono solo i suoi occhi, eppure riesce a comunicare e a raccontarci una storia anche solo così, con gli occhi»). Lo scopo principale di Nolan era di mettere il pubblico direttamente sulla spiaggia o sulle imbarcazioni dei civili che attraversavano la Manica oppure nella cabina di pilotaggio degli Spitfire, per questo la scelta è stata di girare in IMAX, alternato al 65 mm, così che, «quando ci si siede al cinema, lo schermo sparisce e si ha una vera e propria esperienza sensoriale fisica», e ancora, «l’effetto finale è molto viscerale e coinvolgente e trascina il pubblico nella storia». A contribuire a questo effetto è di sicuro anche il lavoro apportato dalla colonna sonora. A detta di Nolan: «l’insolito ritmo della sceneggiatura doveva essere amplificato dalla musica. La colonna sonora nel film infatti sembra un unico brano lungo con una struttura tonale aggregante e complessa. Gli effetti sonori e le varie tempistiche della storia sono intrecciate nella trama della musica di Hans». Richard King, il supervisore al montaggio sonoro, aveva registrato il motore della Moonstone (imbarcazione del film). Questi suoni sono stati ritoccati da Hans Zimmer, in modo che sembrassero un motore in costante accelerazione, e uniti al ticchettio di un orologio sincronizzato e al rumore degli ottoni, creando un’energia che aggiunge suspense. Ad aggiungere ancora suspense, Nolan e Zimmer hanno implementato una variazione alla scala di Shepard, una tecnica che crea un’illusione acustica di toni in costante ascesa, in modo tale da ottenere «una colonna sonora che riverberasse le circostanze dell’evento».

Dunkirk è un film evento. Ti catapulta dentro la storia, o meglio, fa penetrare la storia dentro le tue
ossa, facendoti sentire il gelo dell’avvenimento, tra i rumori protagonisti nell’immenso silenzio, una fotografia fredda e impenetrabile e un montaggio dinamico e ricco di suspense. Il tutto unito alle ricostruzioni storiche e precise dello scenografo Nathan Crowley. «Una storia di sopravvivenza e un trionfo dello sforzo collettivo, opposto all’eroismo del singolo individuo». Un film prettamente tecnico e che, grazie alla tecnica (dalla scelta di usare la mdp a spalla per le scene ambientate in acqua per avere riprese più stabili a quella di approfittare del tempo inclemente, che ha donato alcune delle migliori riprese della parte ambientata sulla terra; e, per finire, alla decisione di Van Hoytema, dop, di costruire una lente ruotante periscopica, che permetteva di inserire l’IMAX dentro lo spazio angusto della cabina di pilotaggio per le scene in cielo) può essere considerato l’emblema del cinema: ciò a cui il cinema ha da sempre, dai fratelli Lumiere con il pubblico che saltava alla vista del treno, voluto aspirare. Dunkirk non è un film, è il cinema, ovvero, «simulacro della realtà».

venerdì 11 agosto 2017

BABY DRIVER

di Macha Martini

PER UN PUNTO, BABY DRIVER PERSE LA CAPPA

Parte 1: Il genio
Rosso, come la violenza nel film. Blu, colore tipicamente associato al poliziesco. Verde menta per l’aura misteriosa del fantascientifico. In poche parole: La trilogia del cornetto, opera satirica che ironizza sul lavoro di Kieslowski, come afferma lo stesso genio dell’opera. Un idolo generazionale. Un’opera che finalmente è demenziale, ma senza essere un B movie alla, per dirla all’italiana, Natale a Timbuctu. Questo è di sicuro uno dei film per cui vale la pena affermare che Edgar Wright è, senza ombra di dubbio, un genio indiscusso. Nel corso della sua carriera ha mostrato, sempre di più, questo suo lato ironico, con questa pazzia di fondo. Pazzia che, in confronto a quella dei Coen e di Wes Anderson, è portata al limite, quasi al parossismo. Film paradossali, che però mantengono una linea di senso, un’armonia. Con il passare del tempo, Wright ha dimostrato di saper condurre una regia semplice ed efficace, senza tentare uno stile autoriale-poetico marcato. Tuttavia, spicca subito, invece, il suo talento innato per la sceneggiatura e i dialoghi, sempre vivi ed elettrizzanti. Lo si può notare anche nel suo penultimo lavoro: Ant-Man, dalla sceneggiatura fresca e leggera. Come a tutti i geni, però, può capitare di sbagliare il tiro. Questo è quello che è successo con Baby Driver, dove vale il detto italiano: per un punto Martin perse la cappa. Torniamo, però, un attimo indietro.

Parte 2: Rewind
1978, Walter Hill, Driver-L’imprendibile. Dopo Refn, anche Wright decide di prendere spunto da questo film per il suo nuovo progetto. Un elemento in comune tra le opere dei due cineasti è il protagonista quasi muto (caratteristica presente anche nel film originale). Tale elemento, però, è trattato in maniera totalmente differente. Se Refn ne dà una motivazione psicologica-caratteriale, che rende il personaggio affine al suo stile cinematografico: rarefatto e quieto, come la calma prima della tempesta; invece Wright lo adatta alla sua personalità.
Baby è silenzioso in quanto ha riportato una lesione ai timpani, a causa della quale, non solo non sente bene, ma sente un continuo fischio. Quel classico fischio che sentiamo nei film quando una bomba scoppia vicino a uno dei protagonisti con cui ci stiamo immedesimando in quel momento a livello sonoro. Per azzittire questo insopportabile rumore, decide di ascoltare la musica, che quindi fungerà da leitmotiv per tutto il film, molto similmente al Mommy di Dolan, dove però la musica non è legata alla figura del padre, ma a quella della madre. Questo permette al regista del cornetto di rendere il film molto più pop ed elettrizzante. 
Esempio calzante è la scena durante una rapina, in cui devono scappare, ma prima di dare gas al motore e partire, Baby aspetta l’attacco giusto della musica. Questo lo porta anche ad aumentare il ritmo, rendendo la visione dinamica grazie alla sincronia dell’azione visiva, del montaggio delle inquadrature e del montaggio sonoro, dato, per l’appunto, da questa colonna sonora molto carica (esempio i Queen), che parte come soggettiva per diventare anche oggettiva (intradiegetica, quindi). Tutto ciò coinvolge pienamente lo spettatore fino a poco meno della metà del film, quando il ritmo inizia a calare. Trovata comunque geniale per la sua anti-convenzionalità, che porta lo spettatore all’interno di una montagna russa. In sceneggiatura, infatti, è abitudine  alzare il ritmo nel secondo atto fino a un climax che pian piano riporti le onde del mare a calmarsi. Wright, però, vuole reinventare il cinema, quindi ecco un primo atto carico, che dopo 30 minuti si abbassa, per poi alzarsi gradualmente fino a riesplodere nel finale. 
Un film dunque geniale, peccato per uno sciocco errore di sceneggiatura, forse dovuto al minutaggio? A scene tagliate dalla produzione? Al fatto di voler “pisciare” troppo fuori dal vaso? Ma comunque un errore per cui Vogler non perdona.

Parte 3: Il viaggio dell’antagonista (rischio spoiler)
L’antagonista deve, solitamente, essere delineato fin da subito, eccetto rari casi in cui avviene un cambio di genere come il film di Rodriguez, in cui all’improvviso altri sono i cattivi principali. In Baby Driver fin da subito Kevin Spacey e Jamie Foxx vengono delineati come i due antagonisti di livello 2 e 1, salvo poi, senza nessun percorso o senza nessun’analisi, diventare tutt’altro ed essere sostituiti da un antagonista, inizialmente possibile aiutante, poco prima dell’ultima mezz’ora del film. Le regole sono fatte per essere infrante, ma per essere infrante si deve comunque seguire un criterio di un certo tipo, basti vedere un qualsiasi film di Kaufman, che, abilmente, ignora le convenzioni per crearne delle nuove, ma, pur sempre, rimanendo in una coerenza generale. Qui la coerenza non c’è. Due attori importanti sprecati per quanto riguarda il loro ruolo nella storia. Un non senso non giustificato, perché non cambia genere e il non senso non è neanche dichiarato a inizio film.
In conclusione, sì questo film ha fatto di sicuro esaltare i fan da quattro spicci di Edgar Wright, quei fan che a priori trovano bello un film di un autore che a loro piace, solo perché è lui. Tuttavia, i veri fan, quelli che hanno capito il valore di un determinato regista/sceneggiatore sanno intuire quando questi non ha utilizzato a pieno il suo talento, cadendo in errori banali. Quindi, per un punto Edgar Wright/Baby Driver perse la cappa.