sabato 21 ottobre 2017

THOR: RAGNAROK

di Matteo Marescalco


Questo terzo episodio della trilogia stand-alone dedicata al personaggio di Thor spezza l'uniformità del Marvel Cinematic Universe. Giunti al diciassettesimo film, Kevin Feige e co. compiono la coraggiosa mossa di coinvolgere un regista proveniente dal mondo del cinema indipendente neozelandese: Taika Waititi, noto ai più per aver diretto l'acclamato What we do in the shadows, mockumentry sulla vita di quattro vampiri. Il tono grottesco e nonsense era il minimo che potevamo aspettarci da questo nuovo episodio di Thor.

Ciò che più colpisce risiede, però, nella femminilizzazione del personaggio interpretato da Chris Hemsworth e, in genere, dei protagonisti maschili del film. A Thor viene distrutto il martello (è evidente la carica fallica che assume) e vengono tagliati i capelli (la sua mascolinità viene intaccata); si trova, inoltre, a dover trattare con personaggi femminili più forti ed astuti di lui. Da una parte, Hela, la dea della morte, liberata dopo millenni di prigionia; dall'altra, Valchiria, una guerriera autoreclusasi sul pianeta Sakaar per nascondere un passato da cui vuole fuggire. Gli altri uomini sono goffi e ridotti a soavi macchiette: Hulk non veste i panni di Bruce Banner da più di due anni e ha perso il controllo sulla propria parte razionale, Loki è un semplice pretesto per i momenti di ironia e il Gran Maestro di Jeff Goldblum è un clown goliardico ed esilarante. Lo stesso Thor diventa un semplice umano, protagonista di numerose scene slapstick, incapace di incarnare l'eroe classico.

A contribuire alla riuscita del film si unisce anche la delineazione del pianeta Sakaar, tra District 9 e Mad Max, con un pizzico di Wall-E dei Pixar Studios, abitato da strani mostriciattoli che aiuteranno l'eroe principale nel percorso verso la redenzione. L'attenzione dedicata alla figura di Thor finisce per andare a scapito di Hela, che entra da temibile dea della morte ed esce di scena da personaggio quasi defilato. La parabola di donna protagonista forte non è del tutto compiuta. In effetti, Thor: Ragnarok è qualcosa di totalmente diverso da quanto visto finora nel contesto del Marvel Cinematic Universe?

No. Il tono guascone rimane e volge al parossismo, trasformando divinità in esseri umani che si incontrerebbero per strada quotidianamente. I personaggi Marvel hanno ben poco di supereroistico, non hanno dubbi sui propri poteri nè si interrogano sulla propria identità. La debolezza del versante mitologico e della forza del racconto inficia, come al solito, film del genere. Lo spettatore non percepisce il coraggio e la potenza di questi personaggi. E si tratta di un grave limite che, nonostante lo sfilacciamento del DC Cinematic Universe, non ha ancora colpito i grandi rivali della Marvel.

venerdì 20 ottobre 2017

THE SQUARE

di Matteo Marescalco

Trionfatore della 70esima edizione del Festival di Cannes, quella presieduta da Pedro Almodovar e caratterizzata dai battibecchi con Will Smith sul destino del cinema, scisso tra sala e Netflix, The Square di Ruben Ostlund si appresta ad arrivare anche in Italia, grazie a Teodora Film che ha fissato la data di distribuzione per il 9 Novembre.

Protagonista del film è Christian, curatore di un importante museo di arte contemporanea di Stoccolma e padre di due bambine. Il museo è in fermento per il debutto di un'installazione chiamata The Square, che invita all'altruismo ed alla condivisione. Valori, tuttavia, che vengono totalmente infranti da Christian quando, per strada, viene derubato del suo cellulare. La sua reazione scomposta innescherà un domino di eventi che getteranno la sua rispettabile vita nel caos più indomabile.

L'obiettivo dell'installazione visiva entra, fin dalle prime inquadrature, in conflitto con il carattere di Christian, che viene presentato come una persona poco affidabile. Dal prologo in poi, i concetti di caratterizzazione e di personaggio diventeranno sempre più incongruenti. Questo viaggio nel mondo dell'arte contemporaneo e, volendo allargare il focus, nella società di oggi, mostra le divergenze e le contraddizioni tra la facciata ipocrita della superficie e la realtà che trapela dalla natura più intima di un personaggio messo sotto pressione. Sono le scelte che Christian compie a permettere allo spettatore di penetrare in profondità la sua personalità. La struttura del film è caratterizzata da un crescendo di pressioni che pone il personaggio principale all'interno di dilemmi sempre più complessi. L'evoluzione a cui è sottoposto Christian è credibile e ben delineata: in tal senso, l'arco di sviluppo è portato a termine in modo soddisfacente.

Ciò che non funziona in The Square non risiede tanto nei personaggi quanto nella loro trattazione. Lo sguardo che viene puntato nei loro confronti è freddo e chirurgico, morboso e privo di vitalità. In tal senso, sembrano tanto somigliare ai cumuli di un'installazione del museo: depositati in una stanza e trasformati in insensate prede agli occhi da voyeur dei visitatori. Il quesito che uno spettatore dovrebbe porsi riguarda le proprie aspettative che ripone nel cinema. Desiderate prestare fede ad una narrazione che stimoli il vostro senso di stupore e di meraviglia, che vi catturi con la forza di un racconto che creda fino in fondo ai personaggi che porta in scena? O, viceversa, preferite restare ingabbiati in una struttura predeterminata da un narratore onnisciente che vi intrappola senza fornirvi il minimo respiro né una via di fuga? Chi vi scrive preferisce il candore della prima possibilità. Le provocazioni fine a sé stesse e prive del benché minimo briciolo di verità finiscono per affogare nella più banale sterilità esistente. Un po' come in The Square, un film che ricerca l'assurdo e l'attacco alle maschere borghesi ma che muore sotto il peso della propria falsità.

giovedì 19 ottobre 2017

IL MIO GODARD

di Matteo Marescalco

Parigi, 1967. Jean-Luc Godard, uno dei cineasti più adorati della sua generazione, gira La cinese con la donna che ama, Anne Wiazemsky, una ragazza più giovane di lui di 20 anni. I due sono venerati dalla critica, sono felici e si sposano. Tuttavia, l'accoglienza critica e del pubblico riservata al film non è all'altezza delle aspettative. La delusione, unita al Maggio '68, amplifica il processo di crisi che attanaglia Godard e che lo porterà ad un ripensamento su sé stesso ed alla messa in discussione delle sue idee sul cinema.

Il mio Godard di Michel Hazanavicius trova la propria genesi in questo momento ed intraprende un viaggio volto ad immortalare il cambiamento di Godard da cineasta star ad artista maoista fuori dal sistema, incompreso ed irascibile. Il ribaltamento di prospettiva avrà anche delle conseguenze sulla vita privata del regista e sul rapporto con la Wiazemsky. Presentato all'ultima edizione del Festival di Cannes, il film di Hazanavicius è andato incontro ad un'accoglienza critica tiepida. Lo strumento maggiormente utilizzato dal regista transalpino nel corso della narrazione è quello della parodia e, al contempo, dell'omaggio garbato. Riprendendo, quindi, le stesse tecniche utilizzate nel 2011 in The Artist per (ri)semantizzare i film di Chaplin e Buster Keaton, simulandone le modalità di sviluppo del racconto e la forma filmica. Allo stesso modo, Il mio Godard è diviso in una serie di capitoli a cui Hazanavicius applica il linguaggio sperimentale degli anni '60: colori accesi in stile Pierrot le fou, cartelli e scritte in sovrimpressione, voci fuori campo che parlano in terza persona, scavalcamenti di campo e jump-cut. Tutto ciò viene messo al servizio di un racconto che si configura, in fin dei conti, come una semplice commedia sentimentale.

Come dichiarato dal regista, l'obiettivo non è quello di demolire un mito delle forze antiborghesi né di ricostruire il clima degli anni '60 mediato da uno sguardo nostalgico. In questo divertissment, emerge piuttosto una certa cialtroneria (che raggiunge livelli iperbolici nella rappresentazione di Bernardo Bertolucci e Marco Ferreri), una forza caustica che corteggia il nonsense e l'ironia più dinamitarda. Godard vuole cambiare, vuole uccidere il vecchio idolo che era ma finisce per essere soltanto miope nei confronti di un mondo che non riesce a decifrare (la metafora degli occhiali rotti è eloquente). Personaggio controverso, irritante, paranoico, in cerca di una donna oggetto che lo segua dappertutto e gli dia sicurezze. Dimenticate ogni problematizzazione fondata su una reale analisi di Godard uomo e personaggio. Questo film di Hazanavicius è soltanto un divertimento attraverso cui ingraziarsi il favore di un target di pubblico ben specifico, disposto a sorridere di una personalità così magmatica. E, in fin dei conti, di un target disposto a prendere in giro sé stesso.

martedì 17 ottobre 2017

LA BATTAGLIA DEI SESSI

di Matteo Marescalco

Nel 2006, Little Miss Sunshine sdoganava al grande pubblico il cinema americano indipendente, rivelandosi un enorme successo che avrebbe prodotto consistenti guadagni per la Fox Searchlight, responsabile dei diritti di distribuzione del film, che firmò uno degli accordi più remunerativi della storia del Sundance Film Festival. Di fronte ad un budget di 8 milioni di dollari, il film ne avrebbe guadagnati 100, portando a casa anche quattro nomination agli Oscar e due vittorie (per la miglior sceneggiatura originale ed il miglior attore non protagonista). Dopo una carriera precedente al cinema dedicata a pubblicità, cortometraggi e video musicali (Jonathan Dayton e Valerie Faris sono conosciuti a livello internazionale soprattutto per aver realizzato video per Oasis, R.E.M., Ramones, Britney Spears e Red Hot Chili Peppers), il nome della coppia inizia ad affermarsi prepotentemente nell'immaginario collettivo.

Nel 2017 è la volta di La battaglia dei sessi, film che rinnova la collaborazione con Steve Carell e annovera nel cast anche Emma Stone, Andrea Riseborough, Bill Pullman ed Alan Cumming. Girato in pellicola 35 mm per riprodurre i colori e la consistenza degli anni '70, il film è incentrato sulle figure di Billie Jean King, tennista californiana che si batte per ottenere, a parità di mansioni, la stessa retribuzione degli uomini, e di Bobby Riggs, ex campione ormai in pensione. Riggs, maschilista convinto, decide di sfidare a tennis Billie Jean, per dimostrare al mondo, una volta per tutte, la superiorità degli uomini sulle donne, per resistenza fisica e gestione dello stress. Il 20 Settembre 1973 è la data che segna uno spartiacque nella storia: scendono in campo Billie Jean King e Bobby Riggs in quella che sarebbe stata definita la battaglia dei sessi, una delle partite di tennis più famose della storia.

Diventa subito evidente quanto al centro di questo film, confezionato come un prodotto indipendente ma scritto tenendo conto della narrazione hollywoodiana (e, soprattutto, rivolto ad un largo pubblico), non ci sia soltanto il tennis né, tantomeno, la semplice questione uomini-donne. Piuttosto che il match di tennis, ad interessare i due registi sono le modalità di rappresentazioni dei personaggi che entrano in gioco e, soprattutto, la costruzione mediatica edificata attorno ad essi. Bobby Riggs è una creatura mediatica, occupa le copertine delle riviste (una fotografia lo ritrae nudo con una racchetta a coprirgli i genitali), è consapevole di quanto sia importante la sua immagine, soprattutto in chiave sessuale. Viceversa, la più debole immagine pubblica di Billy Jean è strettamente connessa ad una sua evoluzione sessuale che troverà un suo compimento lungo tutta la durata de La battaglia dei sessi. Ampia attenzione viene anche dedicata al mondo della moda. In quello che sarebbe potuto essere un film occupato, per lo più, dalla questione dei pari diritti (e che poteva essere trasformato, quindi, in un mero pamphlet politico), un ruolo fondamentale dello scontro è attribuito ai responsabili di moda e della creazione delle divise sportive indossate da Riggs e King. Piuttosto che su un campo da tennis, la battaglia si gioca in spazi chiusi: in camere d'albergo e nella abitazioni private, in cui si consumano anche gli scontri tra moglie e marito.

La battaglia dei sessi si concentra soprattutto sul dietro le quinte e sulla discrasia tra realtà ed evento mediatico. La stessa figura di Bobby Riggs è legata ad una sua rappresentazione nettamente iperbolica che finisce per renderlo quasi simpatico (o, comunque, non propriamente ostile) agli occhi del pubblico. I veri cattivi, quelli che credono davvero nella superiorità degli uomini sulle donne si situano altrove. In tal senso, attenzione al personaggio interpretato da Bill Pullman, vero villain del racconto. Pur non essendo ai livelli di Little Miss Sunshine e di Ruby Sparks, quest'ultimo film di Jonathan Dayton e Valerie Faris fa presa sul pubblico e riesce a conquistarlo senza troppa difficoltà, senza assolvere né condannare i suoi personaggi. Semplicemente, raccontando un fatto storico.

lunedì 16 ottobre 2017

CONFERENZA STAMPA LA BATTAGLIA DEI SESSI

di Matteo Marescalco

Questa mattina, l'hotel The Westin Excelsior di Via Veneto ci ha ospitati in occasione della conferenza stampa di La battaglia dei sessi, il film con cui Jonathan Dayton e Valerie Faris tornano alla regia, cinque anni dopo Ruby Sparks.

Girato in pellicola 35mm per riprodurre i colori e la consistenza degli anni '70, La battaglia dei sessi è incentrato sulle figure di Billie Jean King, tennista californiana che si batte per ottenere, a parità di mansioni, la stessa retribuzione degli uomini, e di Bobby Riggs, ex campione ormai in pensione. Riggs, maschilista convinto, decide di sfidare a tennis Billie Jean King per dimostrare, una volta per tutte, che gli uomini sono superiori alle donne per resistenza fisica e mentale e che, quindi, in tal modo, meritano una retribuzione maggiore delle donne. Il 20 Settembre 1973 scendono in campo i due campioni e va in scena una delle partite di tennis più famose della storia: la battaglia dei sessi.

Nel film, i due protagonisti, Emma Stone e Steve Carell, interpretano due campioni del tennis, Billie Jean King e Bobby Riggs. Secondo i registi: «Steve ed Emma hanno compiuto un ottimo lavoro sui personaggi. Per noi, prima di ogni cosa, era importante rappresentare il gioco del tennis. Abbiamo visionato molte partite del periodo. Ovviamente, per quanto Emma e Steve fossero bravi, non potevano mai raggiungere la stessa perfezione di un vero tennista. Abbiamo usato controfigure ma anche loro hanno dovuto visionare i match dell'epoca per riprodurre lo stile dei tennisti degli anni '70».

Sulla scelta di girare in pellicola, ha speso qualche parola Valerie Faris: «Abbiamo girato in 35mm. E' stato molto importante per noi poter ricreare la ricchezza dei colori e l'atmosfera degli anni '70. Conferire al film il giusto aspetto e la giusta sensazione era un nostro grande obiettivo. Le bobine da 11 minuti, poi, ci imponevano la necessità di una maggiore concentrazione. Abbiamo anche utilizzato obiettivi e zoom che si usavano in quegli anni, per una maggiore esigenza di realismo». In relazione al quesito sulla scelta degli attori, Jonathan Dayton ha detto: «Steve ed Emma sono subito stati la nostra prima scelta. Siamo stati molto felici di lavorare con loro. Riguardo, invece, al trattamento che abbiamo riservato a Bobby Riggs (il personaggio interpretato da Steve Carell, ndr), abbiamo voluto seguire la filosofia di Billie Jean: rispettare l'avversario. Oggi viviamo in un mondo estremamente polarizzato, tutti puntano il dito contro qualcuno e urlano contro il nemico. Noi abbiamo voluto rispettare l'avversario e non sottovalutare le sue capacità. Dopo questo match, infatti, Billie Jean e Bobby sono diventati amici».

E, ancora, sulla verosimiglianza nella rappresentazione delle partite di tennis: «Abbiamo studiato i match originali. Abbiamo utilizzato un consulente nel campo del tennis perché giochiamo a tennis da dilettanti e, ovviamente, non siamo a tal punto esperti. Diciamo che ci ha aiutati per quanto riguarda la regia, il design e le modalità di ripresa del match. Il vero allenatore di Bobby Riggs, tra l'altro, ha aiutato Carell a seguire lo stile di Bobby. Ci teniamo a precisare anche che tutte le scene che vedrete sono reali. Non ci sono immagini generate in CG».

L'aspetto interessante del film (su cui ci soffermeremo maggiormente nella recensione) riguarda il fatto che al centro de La battaglia dei sessi non vi sia unicamente lo scontro uomo/donna ma che entrino in ballo una serie di argomenti secondari in relazione allo scontro mediatico, al modo in cui la moda contribuiva a costruire le figure dei tennisti e, soprattutto, alla rappresentazione di sé. A tal proposito ha detto la Faris: «La complessità della storia ci ha completamente rapiti. Gli aspetti presenti nel film sono davvero numerosi: le vicende personali di Billie Jean, quello che lei viveva in privato, il modo in cui il suo matrimonio si stava sviluppando ed il fatto che, nonostante le problematiche private, Billie continuasse a lottare per i pari diritti delle donne. E' stato interessante intrecciare questi vari aspetti. Volevamo, inoltre, attirare anche un pubblico quanto più ampio possibile, formato non soltanto da chi ritiene che sia necessario dare alle donne pari trattamento economico. Volevamo favorire nelle persone una migliore comprensione delle questioni trattate. Quindi, diciamo che bilanciare i vari aspetti è stata la difficoltà maggiore perché noi volevamo evitare che si trattasse di un semplice film sul tennis. Ma anche che si trattasse di un semplice film su Billie Jean King. La battaglia dei sessi parla di Billie, di Bobby e del modo in cui tutte le persone riescono a trovare l'amore. Billie era costretta a vivere in una contesto che reprimeva l'omosessualità. La cultura dell'epoca l'aveva spinta a mantenere quel segreto».

La battaglia dei sessi, diretto da Jonathan Dayton e Valerie Faris, arriverà al cinema il 19 Ottobre, distribuito da 20th Century Fox.

domenica 15 ottobre 2017

L'UOMO DI NEVE

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank

L'orizzonte del film noir e del modello poliziesco mescola istanze disomogenee: da un lato, la concatenazione degli eventi e dell'investigazione; dall'altro l'emergenza di un eroe complesso, che si misura con la problematicità e l'inconscio dei personaggi. La detective story opera attraverso congetture ed ipotesi interpretative ed è impegnata a trovare una verità quanto più oggettiva possibile in un mondo ambiguo ed oscuro. Ogni racconto poliziesco presenta, in genere, una struttura bivalente, in quanto da un lato implica la scoperta e la risoluzione di qualcosa di nascosto e dall'altro procede in un mondo opaco in cui gli stessi valori di riferimento sono problematizzati. Il percorso narrativo di una detection, quindi, riesce ad unire narrazione rigorosa ed ambiguità e oscurità del mondo.

Ne L'uomo di neve di Tomas Alfredson, tratto dall'omonimo bestseller dello scrittore norvegese Jo Nesbø, si insinua qualcosa di ancora più contraddittorio. Un'eccedenza di senso generata da un particolare uso del montaggio e da risvolti narrativi che fungono da mise en abyme del senso ultimo del film. 

sabato 14 ottobre 2017

IT (un modesto omaggio a Stephen King e ad Andy Muschietti)

di Matteo Marescalco

Partiamo da un presupposto difficilmente controvertibile. IT di Stephen King è un pilastro dell'immaginario collettivo ed è impossibile che chi ha definito fino ad una ventina di anni fa l'autore del Maine come un maestro della prosa post-alfabetizzata possa negare un dato del genere. A maggior ragione in un periodo come il nostro, dominato dalla nostalgia degli anni '80 e in cui fioccano gli omaggi alla cultura di quel periodo. Super 8 e Stranger Things non sono altro che derivazioni di quell'universo creato da E.T., Explorers, Gremlins, Mamma ho perso l'aereo e I Goonies. Il paradosso è che un capostipite come IT, nella versione di Andy Muschietti, si ritrovi a percorrere lo stesso binario intrapreso da una serie-tv come Stranger Things. I fratelli Duffer imitano gli anni '80 e gli anni '80 nella ricostruzione del 2000 si sono ritrovati ad imitare i fratelli Duffer. Ma cortocircuiti del genere, in un periodo che riflette su sè stesso, sul proprio nostalgico passato e, soprattutto, sul suo futuro, sono diventati la norma. 

Ciò che è sicuro è che, come accade con ogni romanzo fiume che si lega in modo così saldo all'immaginario collettivo, ognuno di noi ha dato vita ad una personale rilettura di IT, che vive nel rapporto con il proprio pubblico. Andy Muschietti non era chiamato semplicemente a tradurre in immagini l'universo kinghiano (che più di ogni altro si è prestato a (ri)letture del genere) ma soprattutto a misurarsi con un precedente adattamento per la tv (quello degli anni '90) legato alla figura iconica di Tim Curry ed incastonato nel cuore dei puritani e con un'idea, che sia ben precisa o dai contorni sfumati poco importa, che ogni fan di Stephen King si è fatto del romanzo. 

La storia è nota: tutto ha inizio da una barchetta di carta di giornale costruita da Bill Denbrough per il fratellino Georgie, che segue la corrente d'acqua creata da un diluvio torrenziale lungo le vie di Derry, fino a precipitare all'interno di un tombino, da cui fuoriesce Pennywise, un mostro che esiste dal principio dei tempi e che ogni 27 anni rinasce per placare la sua fame millenaria. Inizia, quindi, una battaglia lunga 28 anni, tra il Club dei Perdenti (Bill, Ben, Beverly, Eddie, Stanley, Mike e Richie) e Pennywise. Applicando al romanzo di King una sintesi estrema, la vicenda principale è questa. Contornata dalla presenza di una cittadina dai cui anfratti escono mostri e multiformi follie, esistenze turbate, pezzi rock e coinvolgenti ballate country. Con unico caposaldo: (giovani) uomini in lotta con il lato oscuro del (loro) mondo, alle prese con una realtà che viene ingurgitata, digerita e sputata dal Male. Personaggi che gareggiano (in sella alla propria Silver) contro il diabolico Tempo, provando ad intervenire sulla terribile linearità delle vicende, sperando nell'aiuto di una qualche Tartaruga, arbitro super partes delle vicende universali che può semplicemente palesarsi come fede infantile e scriteriata. 

E' un meccanismo perfetto e bilanciato di voci ed echi che fanno da rotelle e leve, onirico orologio che rintocca oltre il vetro degli arcani che chiamiamo vita (...). Un universo di orrore e smarrimento circonda un palcoscenico illuminato, sul quale noi mortali danziamo per sfidare le tenebre

Uomini ordinari in preda ad eventi straordinari.  Una semplice elaborazione del lutto si trasforma in fuga dalla follia del Male che, prima di ogni cosa, alberga dentro ognuno di noi.
A questo punto, diventa pleonastico continuare ad esplorare un romanzo potenzialmente in grado di fornire innumerevoli spunti di riflessione. Il film di Andy Muschietti applica un'inevitabile normalizzazione e linearizzazione del testo narrativo, collocandosi nell'alveo del cinema di genere horror. Tutte le divagazioni originarie vengono eliminate a favore della costruzione di un racconto che alterna il proprio focus sulla genesi del rapporto d'amicizia tra i singoli componenti del Club dei Perdenti e sulle apparizioni di Pennywise. Il primo punto è perfetto: ci sono abbracci, lacrime, paure, confessioni, sangue e sguardi che non lasciano mai indifferenti (la sequenza del primo incontro tra Ben e Beverly è un tuffo al cuore). Nell'ambito del secondo punto, è stato un peccato aver ridotto il mostro ad un semplice mostro, da combattere fisicamente, nell'ultimo atto del film. Ma, in fin dei conti, era davvero difficile fare meglio e IT, evitando banali paragoni con il materiale di partenza, funziona benissimo nella sua semplificazione. 

In questo adattamento del 2017, Bill ha battuto il Diavolo. Aspettiamo con trepidazione Settembre 2019, sperando che le difficoltà della vita non abbiano intaccato la purezza dei Perdenti.  

venerdì 13 ottobre 2017

IT

di Egidio Matinata

Non si prende sottogamba l’infinito.

E’ una frase che pronuncia il personaggio interpretato da Harvey Keitel in Mean Streets di Martin Scorsese.
Ed è anche una citazione che Stephen King pone all’inizio de Il secondo interludio, una delle quattro parti che in IT ripercorrono la storia di Derry, la città in cui è ambientato il romanzo più famoso di King, finalmente e giustamente considerato una pietra miliare della letteratura americana contemporanea, e ora anche l’adattamento cinematografico di Andy Muschietti.

Peccato che una delle pecche maggiori del film risieda proprio nella presenza così poco palpabile di una città costruita proprio per essere uno dei personaggi della storia: un personaggio denso, solido e ben delineato, ma anche sfuggente e fumoso, apparentemente tranquillo e luminoso, ma interiormente marcio.
Ed è un peccato che nel film si perda gran parte della dimensione cosmica che porta il lettore ad affacciarsi sull’infinito; qualcosa (pochissimo) c’è e viene mostrato, alcune cose vengono citate e omaggiate, ma tutto il resto è assente.
Chi ha letto sa di cosa stiamo parlando. Chi non l’ha fatto (shame!shame!shame!) è meglio che lo scopra con i propri occhi.
Il film del regista di origini argentine, autore di Mama (2013), rimane più sul concreto, quindi ripartiamo da lì.

La storia ha inizio con una barchetta di carta di giornale che scende lungo un marciapiede in un rivolo gonfio di pioggia. La piccola imbarcazione è inseguita dal piccolo Georgie Denbrough ed è stata costruita da suo fratello maggiore, Bill, rimasto a casa con l’influenza; nessuno dei due può prevedere che poco dopo sarà inghiottita da un tombino, una delle tante strade che portano alla tana di Pennywise, un mostruoso e malefico essere muta forma che si risveglia ogni ventisette anni per saziare la sua fame millenaria.
Il piccolo Georgie diventerà di lì a poco la prima vittima di un nuovo ciclo di morte e terrore, in una scena a dir poco perfetta, forse la migliore dell’intera pellicola, impeccabile sotto l’aspetto tecnico, oltre ad essere brutale e sconvolgente dal punto di vista emotivo.

Da quel momento in poi il film cala dal punto di vista orrorifico, anche se ci saranno altri momenti molto forti (in particolar modo tutte le scene relative all’elaborazione del lutto di Bill) e si concentra di più sulla caratterizzazione dei protagonisti, il Club dei Perdenti, alcuni dei quali davvero perfetti (Ben, Beverly, Eddie) e altri meno, ma tutto sommato il modo in cui si forma il legame tra i sette e la loro conseguente connessione  è quasi impeccabile e in alcuni punti diventa la cosa migliore del film (la scena della cava e il giuramento, ad esempio).

Anche il lavoro fatto da Bill Skarsgard e Muschietti su Pennywise ha prodotto ottimi frutti. Dal punto di vista estetico, nel linguaggio del corpo, nella voce e nella folle teatralità del personaggio si può facilmente veder affiorare il clown letterario; meno riuscita è invece la scelta di farlo apparire a intermittenza nelle oltre due ore di durata, quando invece una presenza più costante (e più sottile) avrebbe aiutato nella costruzione della tensione. Però, dal punto di vista della resa cinematografica, era difficile fare meglio.

Il film è buono, a tratti molto buono, anche se in alcuni punti si ha la sensazione che il freno a mano sia stato tirato troppo.
Si poteva fare meglio? Sì.
Si poteva fare peggio? Assolutamente sì.
Di certo non è un film che fa storia a sé. Non ha quella forza. E’ esattamente un film figlio del suo tempo, dipendente da esso, di un periodo che ha visto il ritorno di fiamma degli anni ’80.
Tra dieci anni sarebbe stato un film diverso.
Dodici/quindici anni fa, con un influenza maggiore del J-horror, sarebbe stato ancora un’altra cosa.
Nelle mani di Cary Fukunaga (che in un primo momento aveva in mano le redini del progetto, poi abbandonato per divergenze creative), regista della prima stagione di True Detective, l’uomo che è entrato a Carcosa e ne è uscito illeso, chissà cosa poteva diventare.

Quaeque ipsa miserrima vidi,
Et quorum pars magna fui.


Da Scorsese a Virgilio. Prima de Il secondo interludio c’è anche quest’altra citazione.
La traduzione non troppo letterale dovrebbe essere più o meno così: Ho visto le cose peggiori, la maggior parte delle quali erano in me.
Gran parte di IT è contenuta in questa frase. Gran parte della poetica di King è contenuta in questa frase. E anche il film di Muschietti si può ritagliare il suo piccolo spazio in essa, per quello che mostra e per come lo mostra: un viaggio prevalentemente umano e interiore, nel bene e nel male.

giovedì 12 ottobre 2017

MONSTER FAMILY

di Matteo Marescalco

Il 31 Ottobre è in dirittura d'arrivo e porterà con sé una serie di film strettamente tematici. Si va dal restauro di un classico horror che verrà riproposto nelle sale per tre giorni (Shining di Stanley Kubrick) ai thriller L'uomo di neve e La ragazza nella nebbia, fino ad IT di Andy Muschietti e tratto dal caposaldo della letteratura contemporanea di Stephen King.
In tale contesto si colloca Monster Family di Holger Tappe, film d'animazione che flirta con la commedia ed il genere horror per famiglie (sorge spontaneo pensare ad Hocus Pocus di Kenny Ortega, capostipite di prodotti del genere, ma anche ai recenti Monster House e Paranorman).

Emma Wishbone è la proprietaria di una libreria sull'orlo del fallimento; suo marito, Frank, è tiranneggiato dal suo capo  e trascorre tutto il giorno a lavorare; la figlia, Fay, sta vivendo gli anni dell'adolescenza ed il fratellino, Max, è un secchione che viene bullizzato continuamente dai compagni di scuola. Credendo di effettuare una telefonata verso un negozio di costumi per Halloween, Emma entra in realtà in contatto con Dracula che resta attratto dalla sua voce e dal fatto di poter parlare con qualcuno dopo secoli di solitudine. Decide così di inviare una baba jaga dalla famiglia Wishbone e di trasformare i suoi componenti in mostri. Emma diventa una vampira pronta per essere sposata da Dracula; Frank, Fay e Max vengono rispettivamente trasformati in Frankenstein, in una mummia ed in un cucciolo di lupo mannaro. Nonostante il trauma, la famiglia dovrà riuscire a restare unita ed annullare l'incantesimo della baba jaga.

Monster Family è un film d'animazione rigorosamente rivolto alle famiglie con un occhio particolare ai più piccini. Difficile quindi trovare elementi disturbanti e, purtroppo, vagamente interessanti. Il regista pone il suo prodotto lungo un binario ben rodato, fatto di battute infantili e di risate più o meno imbarazzanti dettate da flatulenze varie e da immagini poco felici (dita nel naso ed eventi simili). Ogni aspetto del film è troppo scritto ed organizzato a tavolino: finisce, in tal modo, per attingere ai più banali stereotipi del genere, sia nella trattazione dei personaggi umani sia dei mostri. Tolta la parentesi musicale iniziale (che avrebbe potuto fungere da percorso alternativo e fecondo), il terreno battuto è quello della comicità e del percorso di crescita dei personaggi. Inevitabile il lieto fine con i bulli che si redimono e la famiglia che intraprende un cambiamento rispetto all'inizio della vicenda. Nulla di nuovo, insomma.

D'altronde è difficile che una famiglia si rechi al cinema nel periodo di Halloween alla ricerca di un prodotto d'animazione particolarmente elaborato e denso di idee. Certe cose lasciamole fare alla Pixar. Monster Family è utile per trascorrere un pomeriggio in un cinema, il luogo della meraviglia per eccellenza. E oggigiorno meravigliarsi un po' e aprire gli occhi al fantastico non fa poi così male.

martedì 10 ottobre 2017

FESTA DEL CINEMA DI ROMA: IL PROGRAMMA UFFICIALE

di Matteo Marescalco

Il processo di avvicinamento alla 12esima edizione della Festa del Cinema di Roma (la terza diretta da Antonio Monda) inizia dalla conferenza stampa di presentazione dei film che verranno proiettati durante gli undici giorni della rassegna.
La gestione Monda porta con sé una serie di cifre davvero impressionanti: +18% del numero di spettatori e +38% sulla copertura della stampa internazionale, con l'intervento dello scorso anno, per la prima volta dall'inizio della storia della Festa, dei critici del New York Times e del Los Angeles Times. La pellicola che ha inaugurato la scorsa edizione, Moonlight di Barry Jenkins, ha trionfato ai Premi Oscar e Manchester by the Sea ha ottenuto diverse nomination, portando a casa vari Premi (tra gli altri, quello a Casey Affleck per la miglior interpretazione maschile). Insomma, il grande cinema americano (anche se riciclato da altri festival) guarda alla Festa del Cinema di Roma con desiderio. Difficile replicare un'annata come il 2016, questo è palese.
Tuttavia, il team guidato da Monda (e costituito, tra gli altri, da Francesco Zippel, Giovanna Fulvi, Richard Peña, Mario Sesti, Alberto Crespi e Valerio Carocci) sembra aver chiare le idee su una rassegna che, nei suoi primi dieci anni di vita, stentava a trovare la propria identità, alle prese con la concorrenza estrema delle ben più quotate Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia e del Torino Film Festival.

Negli ultimi due anni, la situazione sembra essere cambiata. Il Festival si è trasformato in Festa e ha provato a coinvolgere un target di pubblico che rischiava di rimanere escluso di fronte ad un evento del genere. Andare oltre confine, superare la cittadella dell'Auditorium, favorire un cambiamento climatico in sala, prediligere un prodotto di genere rivolto alla massa, ponendo in secondo piano le anteprime mondiali a favore di anteprime internazionali già presentate in occasione di altre rassegne (Berlino, Cannes, New York e Londra) ma comunque meritevoli di passare anche da Roma.
Tra i grandi ospiti delle passate edizioni, è difficile dimenticare gli incontri con Tom Hanks e Meryl Streep, Todd Haynes e Paolo Sorrentino, Wes Anderson e Donna Tartt, Don DeLillo e Renzo Piano, volti ad un dialogo tra le arti che evitasse di puntare unicamente sul cinema.

Come l'anno scorso, le sezioni principali della Festa saranno quattro.
Tra i principali film della Selezione Ufficiale, spiccano Abracadabra di Pablo Berger (autore di Blancanieves), Borg McEnroe con Shia LaBeouf e Stellan Skarsgard, C'est la vie! di Eric Toledano e Olivier Nakache (i due registi di Quasi amici, il film campione d'incassi francese), Detroit di Kathryn Bigelow, Hostiles di Scott Cooper con Christian Bale e Rosamund Pike (il regista e l'attrice accompagneranno il film durante la prima giornata della Festa), I, Tonya con Margot Robbie, l'attesissimo Last Flag Flying di Richard Linklater con Steve Carell, Bryan Cranston e Laurence Fishburne, Logan Lucky di Steven Soderbergh con Channing Tatum, Adam Driver, Hilary Swank, Daniel Craig, Mudbound con Carey Mulligan e Jason Clarke, The only living boy in New York di Marc Webb, Una questione privata di Paolo e Vittorio Taviani, Stronger di David Gordon Green (che sarà accompagnato alla Festa dall'attore Jake Gyllenhall). In collaborazione con Alice nella Città, arriveranno The Breadwinner, prodotto da Angelina Jolie, Mazinga Z Infinity (accompagnato da Go Nagai) e Saturday Church.

La sezione Eventi Speciali ospiterà la proiezione di The Place di Paolo Genovese (che annovera un ricco cast composto da Marco Giallini, Valerio Mastandrea, Sabrina Ferilli, Vinicio Marchioni, Silvia D'Amico, Giulia Lazzarini, Vittoria Puccini, Alba Rohrwacher, Rocco Papaleo, Alessandro Borghi e Silvio Muccino), Nysferatu di Andrea Mastrovito (remake d'animazione del capolavoro di Murnau) e Spielberg (documentario prodotto dalla HBO sulla carriera del grande regista americano).

Protagonisti degli Incontri Ravvicinati saranno David Lynch, Xavier Dolan, Rosario Fiorello, Jake Gyllenhall, Phil Jackson, Ian McKellen, Nanni Moretti, Michael Nyman, Chuck Palahniuk, Gigi Proietti, Vanessa Redgrave e Christoph Waltz.. Tra le preaperture, sono da segnalare Terapia di coppia per amanti, tratto dall'omonimo romanzo di Diego De Silva, e La ragazza nella nebbia, debutto alla regia dello scrittore Donato Carrisi. Tra i Restauri e gli Omaggi, saranno proiettati Borotalco di Carlo Verdone e Dillinger è morto di Marco Ferreri. Menzione speciale va alla proiezione di In un giorno la fine, lo zombie-movie ambientato a Roma con Alessandro Roja e Carolina Crescentini.

Altrettanto ricco è il programma di Alice nella città, la sezione parallela che racconta il mondo delle nuove generazioni. Tra i film più attesi, trovano posto Please Stand by con Dakota Fanning e Toni Collette, Capitan Mutanda-Il Film, Mazinga Z Infinity, Romans con Orlando Bloom, Paddington 2, Addio Fottuti Musi Verdi del collettivo TheJackal e Bringsby Bear con Mark Hamill e Greg Kinnear. Orlando Bloom e Dakota Fanning saranno i protagonisti delle due masterclass della sezione.

L'appuntamento è al 26 Ottobre all'Auditorium Parco della Musica di Roma!

domenica 8 ottobre 2017

LEGO NINJAGO-IL FILM

di Matteo Marescalco

Dopo The Lego Movie e Lego Batman, arriva al cinema anche Lego Ninjago: Il Film. L'ambientazione, questa volta, si sposta in Oriente e, precisamente, sull'isola di Ninjago. Ne sono protagonisti il Maestro Wu, doppiato da Jackie Chan, e un gruppo di sei adolescenti, addestrati come ninja per proteggere l'isola dal cattivo di turno: Garmadon. I sei ragazzi hanno il potere degli elementi naturali e sono guidati da Lloyd, figlio di Garmadon, abbandonato dal padre da neonato, ed in cerca di riscatto presso la comunità e la figura paterna. Ognuno dovrà imparare a controllare il proprio ego e lavorare insieme per scatenare le proprie innate doti da guerriero ninja. 

In questo terzo episodio della saga dei Lego, l'animazione raggiunge vette di perfezione: la CGI rende perfettamente la sensazione di animazione in stop-motion e la varietà cromatica degli oggetti in scena è davvero sorprendente. Ad essere raccontata, subito dopo una cornice in live-action (animata proprio da Jackie Chan), è uno dei più tradizionali conflitti: quello tra padre e figlio. Il rapporto tra i due personaggi, Lloyd e Garmadon, viene scandagliato in profondità ed assemblato ad una trattazione della storia che fa degli elementi metatestuali i propri punti di forza.

Anche la parodia ha la sua importanza: tutto viene citato in questo gigantesco contenitore che rimescola il già visto. Probabilmente, tra i tre recenti episodi cinematografici della Lego factory, questo Lego Ninjago è il più debole. Non è dotato, infatti, della freschezza del primo nè della presa sui più giovani di Lego Batman che inglobava tutti i supereroi (buoni e cattivi) che tanto spopolano nella maggior parte del cinema contemporaneo. Lego Ninjago non riesce a strappare più di qualche risata al pubblico (senza differenza d'età), non risulta essere particolarmente interessante sul versante parodistico e riduce la narrazione agli elementi più tradizionali del rapporto padre-figlio. La stessa risoluzione della vicenda non brilla per originalità. Quindi, il film potrà convincere un pubblico di appassionati al genere che viene omaggiato ma difficilmente riuscirà a conquistare l'attenzione dei più piccoli che rischiano di restare delusi. Insieme agli adulti, che rischieranno più volte di sbadigliare. 

mercoledì 4 ottobre 2017

BLADE RUNNER 2049

di Matteo Marescalco

Finalmente, anche noi umani abbiamo visto quelle cose che l'androide Roy Batty diceva di aver visto nell'ormai lontano anni luce (almeno tecnologicamente parlando) 1982. Blade Runner di Ridley Scott è un iper-testo che conteneva in sè una serie di potenzialità che, nel corso di questi 35 anni, sono state sviluppate dal cinema contemporaneo (dal genere fantascientifico, in primis), alle prese con una sostanziale cambiamento di forma di cui si è già parlato più volte.

Quanto è cambiato il mondo dal 1982 al 2017? E, soprattutto, può Blade Runner 2049 porsi sullo stesso piano di Blade Runner? L'ultimo film di Denis Villeneuve è dotato della stessa forza e del carattere iconico del film di Scott? Una prima interessante conclusione è che Villeneuve ha evitato di muoversi sullo stesso binario intrapreso nel 1982. L'affresco nostalgico viene abilmente circumnavigato nella creazione di questo nuovo ambiente mediale in cui far muovere l'Agente K, interpretato da Ryan Gosling. Blade Runner fondeva sapientemente fantascienza e neo-noir, creando un ibrido che avrebbe marchiato indelebilmente l'epoca post-moderna. A differenza di Rick Deckard, l'Agente K è un replicante e, cosa principale, è consapevole di esserlo. Dal 1982, i replicanti sono stati perfezionati ma il mondo ha dovuto affrontare un black-out di dimensioni epocali che ne ha intaccato i connotati. Insomma, un buco nel tempo/un vuoto funge da traghettatore da un'epoca ad un'altra. Dagli schermi giganti alla miniaturizzazione della tecnologia digitale fino ancora ai simulacri smaterializzabili. Il passo è davvero notevole. L'immagine si è fatta sempre più piccola fino ad inquinare in toto il reale, trasformandosi in esso. Dal deserto dei sentimenti compressi e bruciati ad una lenta progressione verso una piena consapevolezza identitaria, alla ricerca di ricordi passati individuali o condivisi. 

Alla ricerca, quindi, del cinema, il grande sogno del secolo breve, fantasma onnipresente, architetto di memoria e ricordi. Le indagini di Ryan Gosling in un deserto spettrale si trasformano in ricerca nei luoghi del cinema, in un tentativo di far sopravvivere il mezzo che ha maggiormente influenzato l'immaginario collettivo nel corso degli ultimi cento anni. E la risposta al quesito che caratterizza la storyline principale di Blade Runner 2049 non poteva essere fornita che da Rick Deckard, interpretato proprio da quell'Harrison Ford emblema del grande cinema americano post-classico. Deckard è un personaggio leggendario che insinua dubbi e pone interrogativi filosofici, replicante o essere umano che sia, nel contesto di quel testo-laboratorio che è il film di Villeneuve. 

In un contesto fotografico ed estetico talmente perfetto e curato, l'attenzione allo sviluppo della narrazione non è il punto di forza del film che affastella un'esagerazione di informazioni e di stimoli. Blade Runner 2049 funziona quando evoca e punta su uno sviluppo minimal dei dialoghi. Quando sottrae parole e costruisce un discorso meramente attraverso le immagini. Denis Villeneuve crea qualcosa di unico dalla sovrapposizione tra originale e nuovo, tra reale ed immaginario. Un cortocircuito alla ricerca del senso del cinema in relazione alle nostre identità di spettatori. O ancora, alla ricerca di quell'amato cavallino in legno che, reale o fittizio che sia, non smetterà mai di scaldarci.

lunedì 2 ottobre 2017

MISS SLOANE

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank

«É necessario cambiare la narrazione. Le armi sono un potere femminile». 

Prende avvento da questa frase, pronunciata da uno dei lobbisti conservatori dell'ultimo film di John Madden, il racconto sull'intransigente Miss Sloane, donna automa, completamente anaffettiva, dipendente da svariati prodotti farmaceutici ed in preda a crisi di sonno. Nonchè impiegata, che ha sempre svolto il proprio lavoro in modo pressochè eccellente, presso un'agenzia lobbistica legata all'area conservatrice del governo americano. Quando le viene ventilata l'ipotesi di adesione ad una campagna che miri al supporto delle aziende che producono armi, Elizabeth Sloane decide di abbandonare il proprio ambiente di lavoro e di schierarsi dalla parte opposta: a favore di una legge sul controllo e sulla regolamentazione del loro uso all'interno degli Stati Uniti d'America. Discriminante fondamentale per la sua decisione riguarda il condizionamento di un segmento di opinione pubblica -il target femminile- che i lobbisti delle armi prendono difficilmente in considerazione.

 

mercoledì 27 settembre 2017

MACERIE PRIME

di Matteo Marescalco

Piccolo off-topic (per un argomento non del tutto sconosciuto sul nostro blog: in passato, abbiamo già trattato de La distanza di Colapesce e Baronciani) dedicato alla prossima uscita del nuovo libro di Zerocalcare: Macerie prime. Il fumetto arriverà nelle librerie e in tutte le fumetterie d'Italia dal 14 Novembre e avrà lo stesso formato di Dimentica il mio nome, un cartonato in bianco e nero di 192 pagine dal costo di 17 euro. 
Per l'occasione, Bao Publishing lancerà il libro realizzando tre copertine diverse. La copertina regular è disegnata da Zerocalcare e colorata da Alberto Madrigal. La variant da libreria (limitata a 5000 copie) sarà principalmente venduta dalle librerie Feltrinelli e da quelle che presenteranno il libro in anteprima e offriranno al pubblico la possibilità di un firmacopie con l'autore. Tutte le singole variant da fumetteria (limitata a 1500 copie) saranno numerate singolarmente e costituiranno l'edizione più rara tra le tre tipologie di copertina. La prima tiratura di Macerie prime arriverà nelle librerie in 100.000 copie. 

Ma l'appuntamento con i lettori non si esaurisce qui. A Maggio 2018, infatti, uscirà un secondo volume dello stesso formato del primo: Macerie prime-Sei mesi dopo. Il libro riprenderà le vite dei suoi protagonisti esattamente sei mesi dopo, quando alcuni di loro, nel frattempo, si saranno persi di vista. Aprendo il libro, personaggi e lettori scopriranno cosa è successo. 

Secondo la descrizione fornita da Bao Publishing, -Macerie prime è un libro su ciò che ci rende
umani. Sulle cose che, per quanto siano messe a dura prova dalla vita, dobbiamo proteggere ad ogni costo. Il libro è stato pensato per essere letto in due atti e non sarà mai pubblicato in un volume unico-.

Anche il primo volume della storia ha un sottotitolo che sarà svelato solo in corrispondenza dell'uscita nelle librerie e fumetterie. Appuntamento al 14 Novembre!

martedì 26 settembre 2017

MOTHER!

di Matteo Marescalco

Dopo il diluvio universale di Noah che ha investito la sua carriera, segnando uno dei più pesanti tonfi all'interno della sua filmografia, Darren Aronofsky torna a Venezia con l'attesissimo Madre!, a metà strada tra l'horror ed il dramma d'autore, con un cast degno dei migliori red carpet internazionale: a guidare la parata delle star che illuminano il film è Jennifer Lawrence, accompagnata da Javier Bardem, Ed Harris, Michella Pfeiffer, Domhnall Gleeson e Kristen Wiig.

Avevamo lasciato Aronofsky in preda alla distruzione totale del suo cinema, con un nuovo mondo da costruire. Lo ritroviamo qui alle prese con una coppia borghese che abita una casa dispersa in mezzo ad una imprecisata campagna. Lui è uno scrittore al lavoro sul suo nuovo libro, la cui genesi lo sta logorando; lei è la giovane moglie che si prende cura della casa, bada al marito e cerca di ispirarlo, senza alcun risultato. La tranquillità della coppia sarà minata dall'arrivo di due estranei e dei loro figli. La casa verrà spinto nel gorgo di una distruzione totale dalla quale il libro dello scrittore riuscirà, finalmente, a nascere. A scapito, tuttavia, dell'integrità mentale della moglie.

Mother! era il film più atteso della 74esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia ma è riuscito ad ottenere solo roboanti fischi scaldati da pochi tiepidi consensi. Per quale ragione? Darren Aronofsky è un autore molto particolare che, nel corso degli anni, ha sempre portato in scena una visione di cinema molto caratterizzata dal proprio ego. Anche questo Mother! nasce dalle più oscure ossessioni del regista e trova il proprio sviluppo di una struttura binaria. La prima parte del film è caratterizzata da un senso di inquietudine e di angoscia che penetra lentamente nel tessuto narrativo, fino al turning point che genera l'esplosione totale del corpo filmico e delle immagini. Sembra quasi che la forza delle parole diventi, per l'autore, una necessità per compensare la pochezza di ciò che viene mostrato. Ed ecco venire a galla una serie di interessanti riferimenti biblici che, tuttavia, sguazzano in un apparato metaforico banale, volto ad elevare la cornice intellettuale di Mother!. Il secondo atto sfocia nel pastiche ridondante e tronfio, in cui si alternano stasi totali a momenti di asfissia delirante, in nome della creazione artistica.

Le svolte narrative sono frettolose e subordinate ad una sovrastruttura intellettuale che ne mina gli
spazi liberi, in nome di un progetto artistico-narrativo che, con la progressione del film, rischia di essere divorato dall'egocentrismo di un regista troppo preso dal proprio ego. Il racconto sul lato oscuro della maternità e dell'essere umano viene completamente sacrificato in nome di una teorizzazione ridondante che cannibalizza la storia e trasforma il film in un'occasione perduta.

martedì 19 settembre 2017

AMMORE E MALAVITA

di Matteo Marescalco

Dopo l'incoronazione istituzionale arrivata all'ottava edizione dell'allora Festival Internazionale del Film di Roma, diretto dall'aficionado del cinema di genere, Marco Muller, con il loro Song'e Napule, i fratelli Manetti debuttano anche alla Mostra del Cinema di Venezia, con il musical Ammore e malavita.

La scelta di Alberto Barbera si è dimostrata coraggiosa (Ammore e Malavita è stato inserito nel Concorso Ufficiale della selezione festivaliera) ed è da ricondurre alle stesse motivazioni che, lo scorso anno, portarono i selezionatori ad inserire in Concorso Piuma di Roan Johnson, commedia agrodolce sulle difficoltà della genitorialità per due ragazzi 18enni. La leggerezza di una commedia, nel caso di Piuma, e di un musical napoletano, nel caso di Ammore e Malavita, hanno avuto il merito di spezzare il ritmo festivaliero con due storie rapide ed efficaci e dal tono drammatico decisamente smorzato.
In modo particolare, Ammore e Malavita attinge ad un universo che, negli ultimi anni, a partire dall'exploit di Roberto Saviano con Gomorra, ha portato all'esportazione internazionale del film di Matteo Garrone tratto dal best-seller, dell'omonima serie tv diretta da Sollima, Comencini e Cupellini (giunta alla sua terza stagione, i cui primi episodi saranno eccezionalmente mostrati anche nelle sale cinematografiche) e di Suburra film e serie tv, primo prodotto italiano realizzato e distribuito da Netflix.

Don Vincenzo Strazzalone è un boss della camorra nonché imprenditore nel campo del pesce. Sfuggito ad un attentato, decide di cambiare vita e di abbandonare la vita da fuggiasco. Braccato da criminali e polizia, decide di mettersi da parte ed iniziare una nuova esistenza in compagnia della moglie, donna Maria, appassionata di cinema e braccio destro del marito. I due coniugi escogitano un piano, contando sulla protezione assicurata loro dalle Tigri, i due fedelissimi Ciro e Rosario, incaricati di eliminare una ragazza che sa ciò che, in realtà, non dovrebbe sapere. Caso vuole che tra la ragazza e Ciro esiste un passato d'amore che complica la vicenda fino alle estreme conseguenze.

L'inevitabile provincialismo della vicenda ben localizzata e raccontata in Ammore e Malavita viene superato dall'adesione ai modelli formali del musical americano e dalle continue strizzate d'occhio al cinema di genere, di cui i fratelli Manetti sono avidi consumatori. I riferimenti vanno da 007: Missione Goldfinger a Ritorno al Futuro, fino alle rom-com che la protagonista della narrazione consuma fino a conoscerne le battute a memoria. La tradizione popolare ed il sottogenere della sceneggiata napoletano fungono da immaginario da cui Ammore e Malavita pesca a piene mani, collocandosi nell'ambito di un cinema (quello dei Manetti) che sforna film di genere da ben prima dell'exploit nelle sale italiane di Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti. Attraverso momenti comici ben costruiti e la decostruzione di un universo gangsteristico esportato dai media italiani, i Manetti Bros. Pongono lo sguardo sulla realtà contemporanea, alternando momenti di riflessione a attimi in cui il divertissment prevale e sfocia in un pastiche dai toni cromatici e musicali esplosivi. Nelle sue esagerazioni, Ammore e Malavita non molla un attimo lo spettatore e si afferma come uno dei prodotti italiani dell'anno per il pubblico di massa. 

sabato 16 settembre 2017

NICO, 1988

di Matteo Marescalco

E' toccato a Susanna Nicchiarelli il compito di aprire la sezione Orizzonti della 74esima edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. La regista romana torna dietro la macchina da presa dopo il promettente esordio Cosmonauta e La scoperta dell'alba.

A passare sotto la lente della Nicchiarelli sono gli ultimi anni di vita di Nico. O, meglio, di Christa Päffgen, la donna dietro l'icona che viene ricordata per aver suonato con i Velvet Underground, per essere fiorita nella factory di Andy Warhol e, ancora, per aver condotto una relazione con Jim Morrison dei The Doors. Nel 1986, Christa si confronta con i fantasmi del proprio passato: con il proprio corpo, ormai vittima del baratro delle droghe, trasformato dall'eroina, con una chioma bruna lontana un miglio dal biondo acceso che ha caratterizzato i suoi anni eroici, con l'insuccesso del tour sgangherato che ha condotto la cantante fino ad Anzio.

Il film si apre con Nico bambina che fissa da lontano le luci che illuminano la città di Berlino. Peccato che si tratti solo dei bagliori della distruzione della fine della seconda guerra mondiale. Le tenebre esistenziali della fine di Berlino costituiranno il leitmotiv delle sensazioni e delle emozioni provate da Christa negli anni a venire. E, soprattutto, della sua produzione artistica, belva famelica su cui tanta influenza ha avuto anche il suo tono vocale graffiante e ferino.

Nico, 1988 si allontana dalla costruzione tradizionale di un classico biopic: è privo del suo tono elegiaco che riduce tutto a lustrini e a superficialità, scegliendo di aderire quanto più possibile ad un personaggio che, alla fine della propria vita, prova anche a ricostruire il rapporto con il figlio dalle tendenze suicide. La Nicchiarelli approfitta del vuoto documentaristico su questo periodo di vita di Nico per comporre un ritratto libero e privo di freni inibitori, incatenato tra i margini di un'inquadratura scura che lascia poco spazio alla liberazione finale. Christa, attraverso l'ausilio di dispositivi tecnologici, prova a tornare indietro nel tempo, alla ricerca di un suono perduto, del momento in cui la sua vita ha assunto un andamento irrimediabilmente discendente. Verso frammenti di un tempo che affiorano con costanza ma che riescono ad affermarsi solo superficialmente. 

In questa ricostruzione sui generis, non mancano sequenze che restituiscono il piacere dei viaggi lisergici compiuti da Christa e della liquefazione della sua identità, in preda ad un delirio baccantico che ha dato forma alla sua esistenza. Nico, 1988 è una mosca bianca nel panorama cinematografico italiano, un atto di coraggio produttivo oltre che di sapienza formale. Un film vivo ed imperfetto. Un po' come Christa, in fin di vita ma vogliosa, fino all'ultimo di ripartire e riprendere la strada.

martedì 12 settembre 2017

VENEZIA 74: THE SHAPE OF WATER E I NUOVI LIDI DEL CINEMA

di Matteo Marescalco

*pubblicato per Cinemonitor: http://www.cinemonitor.it/36340-the-shape-of-water-il-leone-doro-che-suggella-lidea-di-cinema-di-barbera/
 
«Bisogna restare puri, bisogna avere fede, in qualsiasi cosa l'abbiate. Io, ad esempio, ce l'ho nei mostri. Sono incredibilmente lieto di ricevere questo premio. Io credo nella vita, credo nell'amore, credo nel cinema e resto qui, su questo palco con voi, pieno di vita, pieno di amore e pieno di cinema».

A prescindere dalla qualità del film in sé, il fatto che l'autore di un cinema magico e dalle fattezze artigianali, popolato da robottoni, fauni, anfibi e mostri vari, trionfi nel tempio del cinema d'autore dalla nomenclatura roboante quale è la Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, è una grandissima notizia. Perchè sintesi di una 74esima edizione eclettica e bilanciata, trasversale e popolare, che ha offerto una panoramica di opere in grado di rispecchiare i molteplici scenari del cinema contemporaneo. Il Leone d'Oro a The Shape of Water di Guillermo del Toro assurge a simbolo dei sei anni di direzione artistica di Alberto Barbera, moderato innovatore, combattivo stratega in grado di offrire una visione d'insieme compiuta ed equilibrata e, allo stesso tempo, di compiere un balzo in avanti ed innestare elementi moderni nel medesimo terreno su cui altri direttori festivalieri hanno innalzato barricate e steccati in difesa del passato. 

La vittoria di The Shape of Water è l'apice della sintesi tra universo d'autore e lungimiranza commerciale inseguita da Barbera e dal suo team negli ultimi anni. L'apertura ai prodotti Netflix ed il concorso per i “mostri” della VR erano sintomi abbastanza eloquenti della nuova veste della Mostra del Cinema, alla ricerca di nuovi lidi verso cui allargare il proprio sguardo. E ben venga che tali lidi siano frequentati dai mostri di del Toro, «santi protettori dell'imperfezione», a detta del regista. In un certo senso, The Shape of Water è un high-concept movie: una ragazza muta si innamora di un mostro. Attorno alla Storia principale (verso la quale confluiscono fiumi passati), il regista messicano orchestra sapienti ricostruzioni storiche del passato e trame favolistiche che strizzano l'occhio all'horror classico (a quei mostri Universal tanto amati da del Toro) e all'immaginario cinematografico novecentesco. A partire dalla scelta di portare una creatura anfibia (venerata come un dio nel suo ambiente ma ridotta a cavia nello spazio narrativo) in un laboratorio nell'America degli anni '60, luogo di mutazioni di forma e contenuto, secondo le parole di Paul Schrader in un cortometraggio che, in occasione di Venezia 70, rifletteva sui cambiamenti di tessuto del cinema contemporaneo. Il mostro della laguna ha estrema necessità di una spettatrice che torni a venerarlo al chiuso di un cinema (è proprio in una sala cinematografica che scocca la scintilla d'amore tra i personaggi) e a proteggerlo dall'avvento della televisione. L'allegoria del cinema visto come un mostro anacronistico è abbastanza palese.

Ma The Shape of Water, come ogni fiaba che si rispetti, è animato da altri mostri ben più pericolosi. E molti di loro sono semplici esseri umani. Il racconto nuota nelle oscure profondità dell'archetipo, con un'eroina desiderante al suo centro che lotta per consentire alla propria passionalità di sbocciare. Il film è intriso di sessualità, percepita, nell'ordinarietà degli scenari quotidiani, come un elemento mostruoso. Sono l'amore e il sesso a restituire corpi vergini o corrotti nascosti sotto apparenze completamente opposte. Come ne Il labirinto del fauno, anche in The Shape of Water i veri mostri sono gli esseri umani ossessionati dalla perfezione e dall'ordine. Quelli che non tollerano difetti e diversità. I villain patriottici e violenti che lottano per impedire amori non convenzionali; che hanno perso la purezza infantile che li portava a credere nel bene, nel male e in mostri da amare e da alimentare con la propria fantasia, al buio di una sala cinematografica ancora in grado di fagocitare i suoi spettatori. O, almeno, tutti gli uomini e le donne in grado di spingere lo sguardo al di là del loro Covington, verso un universo soltanto immaginato ma non per questo privo della possibilità di esistere. Ecco che il cinema di Venezia 74 può continuare ad esistere solo se in grado di abbracciare una nuova (ir)realtà mostruosa per giustificare la sua esistenza. Perchè non esisterebbe il sé senza l'altro da sé, allo stesso modo in cui la Principessa senza voce è indissolubilmente legata al proprio principe mostruoso.
 

lunedì 11 settembre 2017

CARS 3

di Matteo Marescalco

John Lasseter e co. riportano nuovamente in pista Saetta McQueen, amato protagonista della saga di Cars, giunta al terzo episodio. In un ideale ritorno alle origini e agli affetti più cari, Saetta si trova ad affrontare uno dei suoi più temuti spauracchi: la sconfitta. La tecnologia digitale (programmi di training virtuali, assistenti digitali e tapis roulant elettronici) ha reso le auto in gara molto più competitive e McQueen ed il suo team, ultimo retaggio del mondo analogico (o, meglio ancora, di una prototecnologia digitale) non sono riusciti ad adeguarsi ai nuovi standard di velocità. Battuto da Jackson Storm, Saetta inizia a dubitare sulla propria identità e sulle sue capacità di auto da corsa. Torna così a Radiator Springs, bisognoso dei consigli del suo mentore Doc Hudson e dell'amicizia di Cricchetto e Sally. Tra i nuovi alleati, si situa anche Cruz Ramirez, motivatrice ed allenatrice che ha messo di lato il sogno di diventare pilota per dedicarsi al training di auto da corsa.
 
Indubbiamente, Cars 3 è uno dei prodotti minori creati dagli studi Pixar. L'intera saga non è mai riuscita a penetrare il cuore dei cinefili allo stesso modo dei restanti film della casa di animazione digitale americana. Saetta McQueen viene rilanciato in un agone d'animazione ben più ricco degli anni precedenti. La Illumination e la Walt Disney hanno iniziato a sfornare film in grado di competere con i migliori prodotti Pixar. Il sentimento di accerchiamento si manifesta in questo terzo episodio della saga di Cars, che ha nella classica tematica del rapporto allievo-maestro il cuore pulsante della propria narrazione. Come la macchina cinematografica prova ad adeguarsi alle più recenti innovazioni tecnologiche, bilanciando gli innesti digitali con una ossatura narrativa classica, allo stesso modo Steve McQueen deve riflettere sul mutato scenario. Fare largo ai giovani ed accettare l'età che avanza o tornare a mettersi in gioco a costo di fare brutte figure?
 
Cars 3 è il perfetto compimento di una saga sottotono, dedicata ancora una volta al sentimento dello scorrere del tempo e delle conseguenze che provoca sulle esistenze dei personaggi che entrano in ballo nei vari racconti. Brian Fee confeziona un prodotto misurato ed equilibrato, rivolto ancora una volta a grandi e piccini, ma privo di particolari guizzi narrativi che evitano di innalzarlo nell'olimpo dei film d'animazione Pixar.

sabato 9 settembre 2017

JIM & ANDY: THE GREAT BEYOND

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank

Chi è cresciuto nel corso degli anni '90 ha un innegabile debito nei confronti di un investigatore privato dalle camicie hawaiane sgargianti specializzato nel ritrovamento di animali domestici, di un timido bancario che si innamora della pupa di un gangster e che trova una maschera verde che libera il Mr. Hyde che è in lui, ed ancora di uno scemo che divide l'appartamento con un coinquilino ancora più scemo, creazione dei Fratelli Farrelly, al loro debutto cinematografico.
Jim Carrey ha rappresentato la quintessenza degli anni '90, un'icona in grado di restituire il fulgore decadente e contraddittorio di quel decennio, iniziato come il primo attore comico a ricevere un compenso da 20 milioni di dollari per l'interpretazione, e terminato con due dei tre ruoli drammatici (The Truman Show, Man on the Moon ed Eternal Sunshine of the Spotless Mind) che gli avrebbero consentito di affermarsi presso quella larga fetta di pubblico che ancora non stravedeva per lui.

Man on the Moon di Milos Forman rappresenta per l'attore canadese il punto di non ritorno, a partire dal quale il numero di progetti intrapresi si dilaterà nel tempo e la percezione del pubblico subirà qualche cambiamento. Il biopic che Forman dedica al comico Andy Kaufman nel 1999 è il film in cui Carrey, probabilmente, raggiunge il punto più alto della sua carriera. Costantemente in preda a sdoppiamenti della personalità ed alle prese con personaggi che faticano a reprimere i loro istinti primordiali, Carrey si immedesima completamente con Kaufman: comico morto prematuramente per un tumore ai polmoni con cui condivide il giorno di nascita (17 Gennaio per entrambi), la verve caustica ed istrionica, oltre che una leggenda metropolitana che punta sull'incredibile somiglianza tra i due per sostenere la tesi secondo cui Kaufman si sia sottoposto ad un intervento di chirurgia plastica per rendersi irriconoscibile e Jim Carrey sia semplicemente l'ennesima sua creazione comica.
 
*continua a leggere su Point Blank: http://www.pointblank.it/recensione/jim--andy-the-great-beyond/ 

venerdì 8 settembre 2017

THE SHAPE OF WATER

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank

“Se vi dovessi parlare di lei, la principessa muta, che potrei dirvi? Vi dovrei parlare del quando? È successo tanto tempo fa durante gli ultimi giorni di regno di una Principessa delle fate. O vi dovrei parlare del posto? Una piccola città vicino alla costa ma lontano da qualsiasi altra cosa. O forse dovrei mettervi in guardia sulla veridicità di questi fatti e sulla favola dell’amore e della perdita e del mostro che ha tentato di distruggere tutto”. 

Dopo qualche occasione sprecata, è con queste frasi che Guillermo del Toro torna al territorio che gli è più congeniale: quello in cui l’universo fiabesco si scontra duramente con una ben precisa realtà storica. Insomma, lo schema drammaturgico de Il labirinto del fauno, film che diede al regista messicano la notorietà internazionale, viene replicato anche in questo nuovo The Shape of Water, in concorso alla 74esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Con un innesto funzionale all’esplorazione di anfratti oscuri e materici: l’amore e il sesso restituiscono corpi vergini e corrotti nascosti sotto apparenze completamente opposte.

*continua a leggere su Point Blank: http://www.pointblank.it/recensione/the-shape-of-water/

OUR SOULS AT NIGHT

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank

Una sera come tante altre, Louis Waters (Robert Redford) sente bussare alla propria porta. La visitatrice inaspettata è Addie Moore (Jane Fonda), la sua vicina di casa da una vita, che gli propone di condividere le loro solitudini e di dormire insieme dalle notti seguenti. Per quale motivo? “Per superare la notte, stare insieme e parlare un po’”. Entrambi sono vedovi e hanno i figli che vivono lontano. Potrebbe essere arrivata l’ultima occasione per conoscersi meglio e scoprire reciprocamente aspetti caratteriali fino ad allora sconosciuti. 

Da una prima lettura della trama, comprendiamo quanto questo film, prodotto e distribuito da Netflix e diretto da Ritesh Batra, non abbia particolari aspirazioni ma sia caratterizzato da un mood ben riconoscibile: due anziani ormai soli con un dramma alle spalle decidono di sfidare le convenzioni della comunità in cui vivono, la cui rappresentazione, d’altronde, aderisce anch’essa ad una serie di cliché. Dalla migliore amica di Addie, comprensiva ma timorosa di poter essere sostituita da Louis, ai buddies del protagonista maschile, dediti a prese in giro di non irrilevante intensità. L’unico fattore di interesse di quest’operazione risiede nella coppia protagonista: Robert Redford e Jane Fonda. Grandi protagonisti del cinema hollywoodiano anni ’60-’80, campioni della cultura liberal, già insieme ne La caccia di Penn, in A piedi nudi nel parco e ne Il cavaliere elettrico di Pollack, i due attori si ritrovano, invecchiati ma non meno affascinanti, a condividere lo schermo di un cinema che non è più quello dei combattivi anni da loro trascorsi, in preda ad una migrazione che lo sta portando verso nuovi lidi.