venerdì 11 agosto 2017

BABY DRIVER

di Macha Martini

PER UN PUNTO, BABY DRIVER PERSE LA CAPPA

Parte 1: Il genio
Rosso, come la violenza nel film. Blu, colore tipicamente associato al poliziesco. Verde menta per l’aura misteriosa del fantascientifico. In poche parole: La trilogia del cornetto, opera satirica che ironizza sul lavoro di Kieslowski, come afferma lo stesso genio dell’opera. Un idolo generazionale. Un’opera che finalmente è demenziale, ma senza essere un B movie alla, per dirla all’italiana, Natale a Timbuctu. Questo è di sicuro uno dei film per cui vale la pena affermare che Edgar Wright è, senza ombra di dubbio, un genio indiscusso. Nel corso della sua carriera ha mostrato, sempre di più, questo suo lato ironico, con questa pazzia di fondo. Pazzia che, in confronto a quella dei Coen e di Wes Anderson, è portata al limite, quasi al parossismo. Film paradossali, che però mantengono una linea di senso, un’armonia. Con il passare del tempo, Wright ha dimostrato di saper condurre una regia semplice ed efficace, senza tentare uno stile autoriale-poetico marcato. Tuttavia, spicca subito, invece, il suo talento innato per la sceneggiatura e i dialoghi, sempre vivi ed elettrizzanti. Lo si può notare anche nel suo penultimo lavoro: Ant-Man, dalla sceneggiatura fresca e leggera. Come a tutti i geni, però, può capitare di sbagliare il tiro. Questo è quello che è successo con Baby Driver, dove vale il detto italiano: per un punto Martin perse la cappa. Torniamo, però, un attimo indietro.

Parte 2: Rewind
1978, Walter Hill, Driver-L’imprendibile. Dopo Refn, anche Wright decide di prendere spunto da questo film per il suo nuovo progetto. Un elemento in comune tra le opere dei due cineasti è il protagonista quasi muto (caratteristica presente anche nel film originale). Tale elemento, però, è trattato in maniera totalmente differente. Se Refn ne dà una motivazione psicologica-caratteriale, che rende il personaggio affine al suo stile cinematografico: rarefatto e quieto, come la calma prima della tempesta; invece Wright lo adatta alla sua personalità.
Baby è silenzioso in quanto ha riportato una lesione ai timpani, a causa della quale, non solo non sente bene, ma sente un continuo fischio. Quel classico fischio che sentiamo nei film quando una bomba scoppia vicino a uno dei protagonisti con cui ci stiamo immedesimando in quel momento a livello sonoro. Per azzittire questo insopportabile rumore, decide di ascoltare la musica, che quindi fungerà da leitmotiv per tutto il film, molto similmente al Mommy di Dolan, dove però la musica non è legata alla figura del padre, ma a quella della madre. Questo permette al regista del cornetto di rendere il film molto più pop ed elettrizzante. 
Esempio calzante è la scena durante una rapina, in cui devono scappare, ma prima di dare gas al motore e partire, Baby aspetta l’attacco giusto della musica. Questo lo porta anche ad aumentare il ritmo, rendendo la visione dinamica grazie alla sincronia dell’azione visiva, del montaggio delle inquadrature e del montaggio sonoro, dato, per l’appunto, da questa colonna sonora molto carica (esempio i Queen), che parte come soggettiva per diventare anche oggettiva (intradiegetica, quindi). Tutto ciò coinvolge pienamente lo spettatore fino a poco meno della metà del film, quando il ritmo inizia a calare. Trovata comunque geniale per la sua anti-convenzionalità, che porta lo spettatore all’interno di una montagna russa. In sceneggiatura, infatti, è abitudine  alzare il ritmo nel secondo atto fino a un climax che pian piano riporti le onde del mare a calmarsi. Wright, però, vuole reinventare il cinema, quindi ecco un primo atto carico, che dopo 30 minuti si abbassa, per poi alzarsi gradualmente fino a riesplodere nel finale. 
Un film dunque geniale, peccato per uno sciocco errore di sceneggiatura, forse dovuto al minutaggio? A scene tagliate dalla produzione? Al fatto di voler “pisciare” troppo fuori dal vaso? Ma comunque un errore per cui Vogler non perdona.

Parte 3: Il viaggio dell’antagonista (rischio spoiler)
L’antagonista deve, solitamente, essere delineato fin da subito, eccetto rari casi in cui avviene un cambio di genere come il film di Rodriguez, in cui all’improvviso altri sono i cattivi principali. In Baby Driver fin da subito Kevin Spacey e Jamie Foxx vengono delineati come i due antagonisti di livello 2 e 1, salvo poi, senza nessun percorso o senza nessun’analisi, diventare tutt’altro ed essere sostituiti da un antagonista, inizialmente possibile aiutante, poco prima dell’ultima mezz’ora del film. Le regole sono fatte per essere infrante, ma per essere infrante si deve comunque seguire un criterio di un certo tipo, basti vedere un qualsiasi film di Kaufman, che, abilmente, ignora le convenzioni per crearne delle nuove, ma, pur sempre, rimanendo in una coerenza generale. Qui la coerenza non c’è. Due attori importanti sprecati per quanto riguarda il loro ruolo nella storia. Un non senso non giustificato, perché non cambia genere e il non senso non è neanche dichiarato a inizio film.
In conclusione, sì questo film ha fatto di sicuro esaltare i fan da quattro spicci di Edgar Wright, quei fan che a priori trovano bello un film di un autore che a loro piace, solo perché è lui. Tuttavia, i veri fan, quelli che hanno capito il valore di un determinato regista/sceneggiatore sanno intuire quando questi non ha utilizzato a pieno il suo talento, cadendo in errori banali. Quindi, per un punto Edgar Wright/Baby Driver perse la cappa.

venerdì 28 luglio 2017

VENEZIA 74: SU COSA PUNTIAMO?

di Matteo Marescalco

Torna puntuale, con il progressivo avvicinamento alla prossima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, la nostra rubrica dedicata ai film del Festival che hanno attirato la nostra attenzione e che attendiamo con maggiore curiosità. Vi forniamo una lista di cinque titoli che magari non saranno al centro dell'attenzione del grande pubblico ma che, secondo noi, saranno più che meritevoli. Sorvoliamo su alcuni dei prodotti più attesi e procediamo alla scoperta di alcuni outsider (ma non solo)! Ovviamente, evitiamo di inserire in lista Mother! di Darren Aronofsky, Downsizing di Alexander Payne e Suburbicon di George Clooney che attendiamo con uno spropositato hype ma che, per ovvie ragioni, saranno al centro del dibattito pubblico per il tempo che ci separa dalla Mostra.

THE SHAPE OF WATER di Guillermo del Toro
Che del Toro sia uno dei maggiori autori contemporanei, i cui lavori sono sempre segnati da unaparticolarissima cifra stilistica in bilico tra realismo e fiaba, è innegabile. Altrettanto vero è che, negli ultimi anni, il cineasta messicano ha trascorso un periodo non al top della forma e che i fasti de Il labirinto del fauno non sono più tornati. The Shape of Water, in concorso ufficiale, promette una rinascita. Il ricco cast annovera personalità quali Michael Shannon, Sally Hawkins, Octavia Spencer, Michael Stuhlbarg, Doug Jones e Richard Jenkins. A metà tra La bella e la bestia e Il mostro della laguna nera (e Lady in the water, aggiungiamo noi), il film è una fiaba dark su una donna delle pulizie muta che stringe un particolare rapporto con una creatura che il governo statunitense sta studiando. Hype al massimo per questo ultimo progetto di Guillermo del Toro! 


JIM & ANDY: THE GREAT BEYOND. THE STORY OF JIM CARREY, ANDY KAUFMAN AND TONY CLIFTON di Chris Smith
Mai sufficientemente lodato, Jim Carrey potrebbe giungere al Lido di Venezia per presentare questo documentario dedicato al making of di Man on the Moon di Milos Forman, film che valse a Carrey il Golden Globe come migliore attore. In quel film, il comico americano veste i panni di Andy Kaufman. Sul rapporto tra i due sono circolate svariate leggende alimentate dalle personalità ai limiti di entrambi i personaggi. Il documentario ha immediatamente attirato la nostra attenzione e scommettiamo che non avrà troppe difficoltà a far parlare di sè. 

PIAZZA VITTORIO di Abel Ferrara
Arriva a Venezia come evento speciale anche l'ultima chicca del regista Abel Ferrara. Si tratta di un documentario dedicato ad uno dei principali centri di aggregazione multiculturale della Capitale. Nonostante la forte presenza di attività commerciali cinesi, Piazza Vittorio è una zona ancora in grado di cogliere l'attenzione di molti artisti (Abel Ferrara e l'attore Willem Dafoe abitano in quella zona). Lo consigliamo perchè lo sguardo di Ferrara non è mai banale ed il suo punto di vista su una zona ad alta densità abitativa come Piazza Vittorio potrebbe risultare particolarmente interessante e foriero di soprese.

SANDOME NO SATSUJIN (THE THIRD MURDER) di Kore'eda Hirokazu
Dopo aver presenziato all'edizione del Festival di Cannes del 2016 ed aver portato il suo After the storm in giro per l'Italia, in un tour di presentazioni che ha toccato Torino, Milano e Roma, Kore'eda Hirokazu debutterà alla Mostra del Cinema di Venezia con The Third Murder, thriller giudiziario alle prese con la nozione di verità e della sua irraggiungibilità. Shigemori, tra i migliori avvocati del Paese, è costretto a difendere Mikuma dall'accusa di omicidio. Mikuma era già stato condannato trent'anni prima per lo stesso crimine e confessa anche il nuovo omicidio. Quando sembra chiaro che l'uomo sarà nuovamente condannato, Shigemori inizia a sospettare che Mikuma non dica la verità. La delicatezza del tocco di Kore'eda alle prese con un thriller potrebbe creare impensabili cortocircuiti. Tra i papabili per la vittoria del Leone d'Oro. 


TUEURS di Jean-François Hensgens e François Troukens
Last but not least, un thriller belga nella sezione Cinema nel giardino. Il rapinatore Frank Valken ha appena realizzato un colpo magistrale senza alcun intoppo. O, quanto meno, questo è quello che crede. Lui e la sua banda si trovano, infatti, coinvolti in un affare criminale vecchio di trent'anni. Sembrerebbe che i folli assassini stiano per tornare. Lo consigliamo perchè i film di vendetta con le traiettorie che costruiscono ci interessano sempre, perchè potrebbe essere il degno erede di Tarde para la ira (presentato alla scorsa Mostra con critiche soddisfacenti) e perchè il cinema belga ha dimostrato, negli ultimi anni, di poter sfornare alcune chicche sorprendenti. 

giovedì 27 luglio 2017

74ESIMA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA

di Matteo Marescalco

Questa mattina, al cinema The Space Moderno di Roma, è stata presentata la nuova edizione della prossima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Tante le novità: dalla nuova veste di presentazione del programma (in stile Cannes, i film sono stati sviscerati uno per uno e la diretta streaming ha consentito ai fuori sede di assistere all'evento), all'attenzione dedicata alle nuove modalità di fruzione legate al VR (Virtual Reality) che avrà un concorso ufficiale la cui giuria sarà presieduta dal regista John Landis

Ottima annata per la Mostra del Cinema che conferma un trend in ascesa dopo la ricchissima 73esima edizione che ha conteso lo scettro di principale mostra del cinema all'ambita Cannes. Che sia l'anno del sorpasso decisivo dopo la deludente 70esima edizione del festival francese? A Settembre arriverà l'ardua sentenza. Quello che è certo è che i selezionatori hanno percorso strade nuove (soprattutto nella metodologia di trattamento riservata al cinema italiano), favorendo l'apertura ai più disparati generi, a progetti dark e a molti giovani autori del cinema americano. Senza dimenticare il cinema asiatico (le presenze di Takeshi Kitano e di Hirokazu Kore'eda sono delle grandi conferme) e l'ampia sezione documentaristica. Insomma, le possibilità per una nuova Mostra ad altissime livelli ci sono! In un articolo che pubblicheremo in seguito, forniremo una lista dei film su cui scommettiamo (più o meno coraggiosamente) tutto. Svisceriamo le singole sezioni. 

Tra i film in CONCORSO spiccano Mother! di Darren Aronofsky, colpaccio dell'ultim'ora, in grado di vantare un cast degno di nota tra Jennifer Lawrence, Javier Bardem, Michelle Pfeiffer, Domhnall Gleeson ed Ed Harris; il gradito ritorno al Lido di George Clooney con Suburbicon, scritto dai fratelli Coen ed interpretato da Matt Damon, Julianne Moore ed Oscar Isaac; grande attesa è riservata anche a The Shape of Water, ritorno alle atmosfere de Il Labirinto del Fauno per Guillermo del Toro (nel cast Sally Hawkins, Michael Shannon, Doug Jones, Richard Jenkins, Octavia Spencer e Michael Stuhlbarg). Andrew Haigh porterà Lean on Pete con Steve Buscemi, Chloe Sevigny e Charlie Plummer. I fari dei cinefili più puristi saranno puntati sull'ultima fatica di Abdellatif Kechiche, l'autore di La vie d'Adele, premiato con la Palma d'Oro al Festival di Cannes. 

L'apertura sarà affidata all'americano Alexander Payne e al suo Downsizing, commedia fantascientifica con Matt Damon, Christoph Waltz e Kristen Wiig.
Paul Schrader torna al Lido con First Reformed, accompagnato da Amanda Seyfried ed Ethan Hawke; Martin McDonagh debutta in territorio veneziano con Three Billboards outside Ebbing (il cast annovera Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell, Abbie Cornish, John Hawkes e Peter Dinklage). Ricchissimo e diversificato il contingente italiano con Paolo Virzì ed il suo The Leisure Seeker, i fratelli Manetti con il musical Ammore e Malavita, Hannah di Andrea Pallaoro e Una famiglia di Sebastiano Riso. Sono in concorso anche i nuovi progetti di Samuel Maoz, Ai Weiwei, Ziad Doueiri, Robert Guediguian, Hirokazu Kore'eda, Xavier Legrand, Vivian Qu, Warwick Thornton e Fredrick Wiseman.


Il FUORI CONCORSO vedrà la presenza di Gianni Amelio con Casa d'Altri (cortometraggio su Amatrice), Ritesh Batra (progetto targato Netflix con gli inossidabili Robert Redford e Jane Fonda), David Batty con un documentario sulla Swinging London narrato da Michael Caine, Antonietta De Lillo con Il Signor Rotpeter, Abel Ferrara con Piazza Vittorio, Stephen Frears con Victoria & Abdul (ritorno alla collaborazione con Judi Dench), Takeshi Kitano con Outrage Coda e William Friedkin con il documentario sugli esorcismi The Devil and Father Amorth. E poi ancora, Loving Pablo con la coppia Javier Bardem-Penelope Cruz, Zama di Lucrecia Martel, la miniserie-tv Wormwood di Errol Morris, Ryuichi Sakamoto: Coda (documentario sul compositore di fama mondiale), Le Fidèle con Matthias Schoenaerts ed Adele Exarchopoulos, Il colore nascosto delle cose di Silvio Soldini, The private life of a modern woman con Sienna Miller e Brawl in Cell Block 99 come proiezione di mezzanotte. Tra i sorvegliati speciali, l'atteso Jim & Andy: The Great Beyond. The Story of Jim Carrey, Andy Kaufman and Tony Clifton ed un evento speciale legato a Thriller di Michael Jackson e John Landis, restaurato e gonfiato in 3D ed arricchito dal making of. 
 
Per le altre sezioni (ORIZZONTI, BIENNALE COLLEGE-CINEMA, VENEZIA CLASSICI, CINEMA NEL GIARDINO, VENICE VIRTUAL REALITY, SETTIMANA INTERNAZIONALE DELLA CRITICA E GIORNATE DEGLI AUTORI) vi rimandiamo al sito ufficiale della Biennale: http://www.labiennale.org/it/cinema/mostra/film/index.html

martedì 25 luglio 2017

THE WAR - IL PIANETA DELLE SCIMMIE

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank 
 
Che il blockbuster digitale americano abbia ormai raggiunto elevati livelli di elaborazione stilistica e narrativa è cosa nota. Il carattere fluviale di molti di essi è funzionale alla costituzione di un'esperienza totalizzante strettamente connessa alla fruizione in sala. Nell'epoca di video on demand e di consumo domestico, la sala cinematografica, lungi dall'essere un luogo del passato in cui il film stenta a venire alla luce, continua a confermarsi come un tassello irrevocabile attraverso cui (ri)pensare il discorso sul futuro del cinema. In che modo il digitale favorisce il traghettamento verso il futuro di grandi narrazioni e personaggi archetipici del cinema americano classico? Da un lato, ed il recente Life ne è la testimonianza, l'orizzonte umano è completamente sottomesso al monstrum/alieno e la spersonalizzazione dello sguardo accompagna la creazione di un mondo da videogame che può fare a meno dell'umano. 

Sul versante opposto, invece, la contaminazione con la frontiera digitale è avvenuta attraverso la conservazione di stilemi classici. In tal senso, la recente saga reboot de Il Pianeta delle Scimmie si è affermata come una miniera di percorsi di senso da attraversare ed esplorare. I tre episodi (Rise, Dawn e War) segnano l'evoluzione di Cesare, il leader dei primati, delle strategie di messa in scena e delle tecnologie digitali necessarie per la creazione e l'animazione delle scimmie. Al centro di questa esperienza cinematografica vi è proprio Cesare, ultimo figlio(l prodigo) degli uomini e di un potere sul filo di etica e morale. Ogni tentativo di conoscere il diverso e di consentire la coesistenza tra culture lontane tra loro è fallito nel corso del secondo episodio. La guerra è ormai inevitabile. E The War-Il Pianeta delle Scimmie, nella visione di Matt Reeves (padre adottivo del muscolare Batman di Ben Affleck, destinato ad approdare verso lidi noir), si apre come un film di guerra (is it future or is it past?).

*continua a leggere su Point Blank: http://www.pointblank.it/recensione/the-war-il-pianeta-delle-scimmie/

venerdì 21 luglio 2017

ATOMICA BIONDA

di Matteo Marescalco

Berlino, fine anni '80. La spia Lorraine Broughton, agente dell'MI6 inglese, viene inviata in missione speciale nella città del Muro. La Storia potrebbe virare ulteriormente ed abbracciare il peggio qualora l'atomica bionda non riuscisse ad impossessarsi di una lista contenente i nomi di tutti gli agenti in missione invischiati in affari pericolosi. Se la dovrà quindi vedere con una serie di personaggi doppiogiochisti e pericolosi. Mai quanto lei. 

Atomica Bionda, come suggerisce il titolo, è una bomba nucleare prossima all'esplosione. Il film di David Leitch utilizza tutte le armi in suo possesso per intrattenere lo spettatore e deflagrare il tessuto narrativo, soggetto continuamente ad una serie di tensioni che ne minano la linearità. Il racconto, infatti, alterna flashback raccontati dall'atomica ad un interrogatorio da parte dei suoi superiori che prova a gettare luce sulla poco chiara vicenda. In un affresco che utilizza piani sequenza, improvvise verniciate di colore e coreografie action incentrate sul corpo atomico di Charlize Teron, il manierismo viene accarezzato più volte. Luci al neon, scritte pastello in sovrimpressione e palazzi fatiscenti arricchiscono la delineazione della città di Berlino e dell'esperienza estetica e rendono Atomica Bionda un'esperienza audiovisiva che fa della confezione il proprio punto di forza. 

Più simile al recente Kingsman che all'ufficiale saga di Bond, il film di Leitch ribalta gli standard del
genere, perseguendo l'eccesso in qualsivoglia sequenza: dai combattimenti all'ultimo sangue alla tensione erotica sprigionata in modo malizioso. La tipica femme fatale del noir americano è trasformata in una donna algida che si sporca le mani e non se ne preoccupa più di tanto. L'alter ego femminile di John Wick è servito e sottoposto ad un lavaggio che lo priva del suo carattere netto, vantando un controllo estetico sorprendente per un cocktail shakerato del genere. Ma di cui, in fin dei conti, rimane ben poco.

giovedì 20 luglio 2017

CODICE CRIMINALE

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank 

La comunità in cui vivono Chad (Michael Fassbender), il padre Colby (Brendan Gleeson) ed un ridotto gruppo di nomadi anglosassoni è un the village, con regole proprie ed una moralità tutta particolare, che alterna concitati inseguimenti a lezioni casalinghe e messe private. Chad, stanco dei furti occasionali e della sua vita ai margini, vorrebbe garantire ai figli un'esistenza migliore. Ma, per farlo, deve ottenere il permesso di Colby, capofamiglia convinto che la società sia un mostro ingovernabile dalla quale è meglio stare il più lontano possibile.
 
Codice criminale, o meglio, per entrare da subito nel discorso filmico, Trespass against us. Il rapporto tra Chad e Colby è una questione di debiti e di sangue, di legami e volontà. Il titolo originale del film cita un verso del Padre Nostro e scavalca, in tal modo, l'involucro da crime-action movie che suggerisce, invece, la traduzione italiana. Il cuore di questo Codice Criminale, dell'esordiente Adam Smith, risiede in una delle tematiche più inflazionate di cinema e letteratura: la tensione che nasce tra padre e figlio quando il secondo termine contraddice le decisioni del primo.


mercoledì 12 luglio 2017

THE WAR: IL PIANETA DELLE SCIMMIE

di Egidio Matinata

Rise
Dawn
War

War for the Planet of the Apes. La guerra per il pianeta delle scimmie. Sì, perché la Terra ormai è in mano loro, con la razza umana diretta verso un inesorabile e meritato declino. Lo scontro che le vede protagoniste si basa su una riappropriazione, non su una conquista. La riappropriazione del posto che spetta loro e anche di una supremazia ideologica e morale; un viaggio, una parabola che, coerentemente con gli altri due capitoli, è mediata dal protagonista stesso.

La crescita di Cesare avviene sempre grazie ad un confronto.
Nel primo capitolo avveniva con Will (James Franco), il suo padre adottivo/creatore.
Il loro arco di trasformazione si sviluppava in maniera opposta: Cesare era un essere "nuovo", che partiva da una situazione di subalternità per giungere ad abbracciare il ruolo di capo, guida, messia; Will era un uomo illuminato che però non si era reso conto, almeno fino all’ultimo incontro con Cesare, della portata degli avvenimenti a cui aveva dato inizio.

Nel secondo film, Cesare si confronta alla pari con un altro essere umano, Malcolm (Jason Clarke): entrambi partono con dubbi, incertezze e timori, ma finiranno col rendersi conto che la convivenza e la sopravvivenza delle razze sarebbe possibile, nonostante lo scontro diventi inevitabile; ma Cesare si rende conto anche di un’altra cosa: il male che intacca gli esseri umani fa parte anche delle scimmie e, come sembra suggerire il primissimo piano e il particolare degli occhi e dello sguardo finale, anche di Cesare stesso.

Il terzo capitolo porta alle estreme conseguenze tutti i conflitti, interni (superiorità/dovere morale) ed
esterni (uomo vs scimmia), condensati perfettamente nella figura del Colonnello, un poderoso, spietato ma anche fragile Woody Harrelson.

Non è il film che ci si aspetta di vedere.
Poteva permettersi di essere molto più semplice, lineare, banale addirittura, ma questa saga non lo è mai stata, e lo riconferma anche in questo finale.
Lo scontro che avviene non è tanto fisico, quanto interiore, con i fantasmi, con le paure, i dubbi e le sfide che pone un conflitto così grande.
Duro, spietato, complesso, capace di rimettere sempre in discussione i suoi personaggi, e con essi anche le certezze dello spettatore, War for the Planet of the Apes è un film di guerra, un western, un dramma psicologico, un’epica storia di avventura ed azione, la degna conclusione di una grande trilogia.

mercoledì 5 luglio 2017

SPIDERMAN: HOMECOMING

di Egidio Matinata

Non si può parlare di Spider Man: Homecoming senza considerarlo come ciò che rappresenta (ossia la singola parte di un tutto) all’interno dell’universo cinematografico della Marvel.
Il periodo in cui le serie tv stavano diventando qualitativamente il nuovo cinema è ormai passato.
Già da tempo il cinema, in alcuni ambiti, si sta approcciando a storie e personaggi con linguaggi e modalità molto vicini all’universo televisivo. 
Il Marvel Cinematic Universe ne è l’esempio più colossale, lampante ed evidente.
In Civil War non ci si preoccupa di presentare “nuovi” personaggi o spiegare determinate situazioni, poiché si dà per scontato che lo spettatore abbia visto la puntata precedente, data la forte continuity  all’interno del franchise.

Uno dei fattori che più salta all’occhio riguarda l’uniformità stilistica che contraddistingue tutti i film della saga e che, purtroppo, appiattisce il livello registico e di messa in scena di questi film.
Zack Snyder, invece, nonostante tutte le colpe e i difetti che gli si possono imputare (legittimamente, nella maggior parte dei casi), ha provato a portare l’impronta autoriale nel mondo DC. Anche in quel caso però, oltre ai problemi di base, il regista è stato costretto ad infilare a forza, in poco più di due ore e mezza, il materiale che sarebbe bastato e avanzato per una stagione di dieci episodi. Il risultato è stato un disastro quasi totale, e l’avvicinamento di Joss Whedon al DC Extended Universe sembra a dir poco provvidenziale.

La tendenza all’appiattimento è inevitabile in progetti del genere, cosa che da un lato può portare a tempi di produzione più veloci, ma anche all’impoverimento del linguaggio cinematografico.
Tendenza da cui non sfugge neanche questo terzo reboot di Spider Man, sul quale non c’è molto da dire. L’azione non è il punto forte del film: il regista non sembra essere particolarmente a suo agio da questo punto di vista, esclusa la scena nella parte centrale, sull’obelisco, la migliore tra le sequenze adrenaliniche. Il ritmo è quasi sempre elevato, ma risulta meno efficace poiché spalmato su 133 minuti che risultano davvero troppi.
Neanche la sceneggiatura, scritta a dodici mani (!), brilla per originalità o particolare inventiva, anche se il colpo di scena che introduce l’ultimo atto del film è davvero ben costruito ed efficace, capace di saldare alla perfezione le due linee principali della trama: da un lato la voglia del giovane Peter Parker di trovare un posto nel mondo e dall’altro l’aspirazione a far parte dei famigerati Avengers.

Evitando di appesantire la storia con la tematica del rapporto padre/figlio (come sembrava facilmente pronosticabile) e riducendo il minutaggio di Robert Downey Jr., il film riesce a costruirsi una propria identità, riprendendosi dopo una prima parte problematica e regalando una visione a tratti divertente e piacevole. Niente di più.


 

P.S. Si consiglia di non rimanere fino alla fine dei titoli di coda.

domenica 25 giugno 2017

SEXY DURGA

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank 

Semplice on the road o viaggio alla scoperta della dimensione sacrale e primitiva di un racconto connesso alla mitologia indiana? Incarnazione di una divinità o ragazza in fuga da un segreto che vuole, a tutti i costi, nascondere?

Questi due enigmi sono il cuore pulsante di Sexy Durga, lungometraggio di Sanal Kumar Sasidharan, presentato in concorso in occasione della 53esima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro. Sulle lost highways che costeggiano una serie di località dell'entroterra indiano, si consuma la fuga di due ragazzi (Kabeer e Durga) e il loro disperato tentativo di raggiungere una stazione ferroviaria per spostarsi verso il Nord dell'India. Lungo il loro tragitto, incontrano forze di polizia, una piccola banda di criminali reduce da una rapina e due uomini malintenzionati da cui riescono a fuggire con difficoltà. In contemporanea ai tragitti rettilinei compiuti dalla coppia in fuga, il moto ondulatorio e circolare di una processione sacra anima le strade di un villaggio del Kerala. In preda a danze baccantiche, alcuni fachiri si fanno trafiggere il corpo con degli uncini e partecipano, appesi a dei cavi, al rito Garudan Thookkam, forma d'arte rituale in ringraziamento alla Dea Kalì. 

venerdì 23 giugno 2017

CIVILTA' PERDUTA

di Macha Martini

Il cinema: continua ricerca di un sogno in una giungla sperduta.

Fotografia scura, tendente al giallo ocra. Inquadrature da specchi, di persone che si allontanano. Pellicola 35 mm. Uno stile inconfondibile: James Gray. Eppure, la Civiltà perduta non sembra affatto essere un film del regista dalle origini russe. New York è totalmente dimenticata, siamo a Londra all’epoca delle grandi esplorazioni coloniali. I personaggi dostoevskijani immersi tra luce e ombra, tra peccato, sofferenza e speranza? Niente da fare, neanche la minima ombra. Conflitto padre-figlio? Appena accennato. 

James Gray ha cambiato rotta, eppure ne è uscito comunque vincitore. 
Chiudete gli occhi. Cos’è un cineasta? Un sognatore, uno alla continua ricerca di una Eldorado, di un sogno a cui nessuno crede. Il regista newyorkese decide di lasciare i personaggi concettuali dei suoi precedenti film per affrontare un nuovo tema, il cinema stesso. Il cinema mascherato sotto la lotta di un esploratore, realmente esistito, nel trovare Z, la civiltà perduta. 
Fawcett, il protagonista di questa vicenda, già raccontata nel romanzo di Grann, dall’omonimo titolo del film, è l’alter-ego di Gray. «Io sono fatto così, se le persone mi dicono: -Non sarai mai in grado di fare un film come questo-, io mi sento in dovere di dimostrare che si sbagliano» dice il regista nel parlare della grande sfida produttiva che si mostrava essere il film (dovendo girare scene a Londra, ambientata però nella Prima Guerra Mondiale, e in mezzo alla giungla). Esattamente lo stesso sentimento che pervade Fawcett, che non può arrendersi, deve trovare Z, a tutti i costi. 
Un esploratore che ha la stessa stoffa di cui sono fatti i sognatori, ovvero, di cui sono fatti i cineasti. 

Non è un caso, infatti, che sempre la sua figura precedentemente abbia ispirato Conan Doyle nella stesura de Il mondo perduto, che a sua volta ha ispirato Jurassic Park e che, inoltre, sia stato lo spunto per la creazione del personaggio immaginario di Indiana Jones. Il personaggio, quindi, non solo può rappresentare l’emblema della sfida che un regista e un produttore devono affrontare per produrre un film (difficoltà pari all’addentrarsi in una giungla misteriosa abitata da natii, il pubblico, che possono apprezzarti o decidere di distruggerti), ma è anche lo stereotipo di tutte le storie di avventura e azione che hanno sempre fatto brillare gli occhi alle case produttrici.

Gray, però, elimina l’azione e l’avventura, optando per un escamotage tipico dei suoi film: fa entrare il pubblico dentro il personaggio, dentro il suo animo. Noi non vediamo più un film ma stiamo nella giungla e vogliamo trovare Z a tutti i costi, nonostante le peripezie. Siamo un esploratore, siamo un regista, giriamo scene e scene nella giungla e vicino a un fiume. 
«Quando comincio a sentire delle persone nel buio che urlano che il fiume stava per uscire», non sembra un grande problema «tanto saremo fuori di qui in poche ore. Sei minuti dopo il fiume ha improvvisamente inondato l’intero set in circa 45 secondi. Tutti ci siamo messi a correre verso le colline, afferrando le cineprese e le pellicole. Dopo due minuti, l’area in cui stavamo girando era completamente sotto l’acqua» (James Gray in un’intervista per l’ufficio stampa della Eagle Pictures). 

Questo significa essere registi ed esploratori. Questo è il sogno che il pubblico, grazie alla maestria di Gray, vuole vedere realizzato. Non è un film di Gray. Questo è un film sul cinema, una continua ricerca di un sogno in una giungla sperduta, che però solo un abile maestro come Gray, e un abile sognatore, avrebbe potuto portare a termine sino alla fine.

giovedì 15 giugno 2017

WAR MACHINE

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank

War Machine: 73 anni dopo aver marchiato i principali leader nazisti ed aver fatto detonare la Storia all'interno di una sala cinematografica, Brad Pitt torna in Europa nei panni di un ufficiale statunitense con l'obiettivo di reclutare altri “bastardi” per la sua nuova missione. Il territorio di guerra, stavolta, si è spostato in Afghanistan e Pitt interpreta il pluridecorato generale Glen McMahon, ispirato alla controversa figura di Stanley McChrystal, comandante delle truppe NATO in loco e rimosso dall'incarico un anno dopo a causa di un'intervista pubblicata da Rolling Stone, in cui McChrystal criticava aspramente l'amministrazione Obama. 

McMahon è un uomo tutto d'un pezzo che ha conquistato i suoi successi sul campo, a differenza dei molti burocrati «che hanno ottenuto il loro potere con il fascino e la seduzione», convinto che sia necessario «costruire cuori e menti di un'Afghanistan libera e prosperosa (…) grazie all'azione dell'esercito, in grado di dare ordine nel caos della guerra».
 
*continua a leggere su Point Blank: http://www.pointblank.it/recensione//war-machine/ 

domenica 11 giugno 2017

MARIA PER ROMA

di Matteo Marescalco

Ecco arrivare le prime filiazioni de La Grande Bellezza
Dopo aver visto Maria per Roma di Karen Di Porto, presentato all'ultima edizione della Festa del Cinema di Roma, appare ancor più fuori luogo l'affermazione del direttore artistico Antonio Monda che, in occasione della conferenza stampa di presentazione della Festa, paragonò il film a Lo chiamavano Jeeg Robot. Nulla di più lontano sul versante produttivo, estetico e concettuale. Maria per Roma, infatti, è arrivato nelle sale l'8 Giugno, distribuito da Bella Film, con un clamore mediatico pressochè nullo. 

Il film narra le peregrinazioni infinite durante una giornata qualsiasi di Maria David, aspirante attrice e key-holder per una agenzia che gestisce appartamenti in centro. Tra disavventure, provini, litigi con la madre, produzioni indipendenti da girare ed incontri con amici, Maria prova a barcamenarsi nella città che ha dato i natali a La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino. L'assenza di trama lineare e ben definita, a favore della costruzione frammentaria, è simile a quella del regista partenopeo, più interessato agli episodi e ai suoi personaggi che ad una coesione narrativa. 

La quotidianità di Maria, su ammissione della stessa regista, si basa fortemente sulle sue vicende private. I tratti autobiografici arricchiscono il film e gli donano una patina più vicina alla realtà dei fatti nonostante la Di Porto, come interprete principale, sfiori più volte l'over-acting ed il tono fiabesco complessivo. A dominare è l'ironia che viene perseguita ma che difficilmente riesce a ribaltare o, quanto meno, a bilanciare il contenuto disfattista di molti incontri. 

Gli stereotipi sono spesso costeggiati nella delineazione della fauna umana che popola le feste
romane, all'inseguimento di un sogno che può attuarsi solo in una città come Roma. E' un vero peccato che il cast sia gestito malamente e che la Di Porto dimostri una mediocrità di fondo nella messa in scena. Perchè il tono del film, nonostante le incertezze, è sincero e regala un finale catartico che, nella deriva dei suoi personaggi, li culla, circondandoli di una bellezza che non fatica ad essere trovata anche negli ambienti più improbabili.

LA MUMMIA

di Matteo Marescalco

A Tom Cruise, Johnny Depp, Javier Bardem e Russell Crowe è stato affidato il compito di riportare al cinema i mostri resi popolari dalla Universal tra gli anni '30 e i '50: la Mummia, Frankestein e la moglie, Dr. Jekyll e Mr. Hyde, L'Uomo Invisibile, Dracula e il Mostro della Laguna Nera. 

Il primo tassello dell'universo espanso condiviso della Universal (il Dark Universe) è stato diretto da Alex Kurtzman e vede Tom Cruise nei panni di Nick Morton, mercenario che collabora con l'esercito e che traffica in antichità. Nick, l'amico Chris e l'archeologa Jenny si imbatteranno nel sarcofago della principessa egizia Ahmanet che portò nel nostro mondo il dio della Morte, Seth. Riusciranno i nostri tre eroi, con l'aiuto dell'organizzazione segreta londinese capitanata dal Dott. Henry Jekyll, a contrastare l'avvento del Male nel mondo?

L'obiettivo basilare per la costruzione di questo Dark Universe è quello di volgere lo sguardo al passato per guardare meglio il presente. Le dinamiche action e comedy nel film vengono impiantate in un prologo di tutt'altro registro: l'Iraq contemporaneo abbonda di elementi tipici del war movie che, tuttavia, vengono presto abbandonati a favore di una trasformazione che accompagna La Mummia verso i binari più tradizionali dell'action movie. A differenza dell'Universo Marvel, che meglio di tutti ha capito dinamiche produttive e modalità realizzative ma che si accontenta di un divertimento superficiale, e di quello DC, teso ad analizzare il carattere divino di ogni supereroe, questo primo episodio del Dark Universe pone la propria linearità al servizio di una macabra origin story che fa leva sul corpo storico di Tom Cruise. L'attore cardine dell'action movie contemporaneo sopravvive ad esplosioni, inseguimenti, sparatorie e lotte ravvicinate. L'elemento analogico e viscerale è, ancora una volta, die hard

Erotismo, violenza, suggestioni visive, allucinazioni e divertimento sono i termini fondamentali del debutto del Dark Universe. A differenza del precedente adattamento del 1999 con Brendan Fraser, questo film di Alex Kurtzman dimostra una differente maturità lontana miglia dal fascino da luna park per ragazzini del film di Stephen Sommers. Questo risciacquo non può che aver fatto bene al leggendario mostro.

venerdì 2 giugno 2017

BAYWATCH

di Matteo Marescalco

Dwayne Johnson è il dio assoluto di Baywatch: del film e della spiaggia di Emerald Bay. Il suo Mitch Buchannon è un ex militare che lavora come bagnino, affiancato da un team di superuomini tutti muscoli (con l'eccezione dello sfigato e cicciotello Ronnie) e di superdonne in formissima e dalle tette che ballano durante ogni corsa in spiaggia (ma meno del previsto). Perchè al centro di questo film che porta al cinema la serie televisiva trasmessa dal 1989 al 2001 è, più di ogni altra cosa, il corpo maschile, mandato in scena senza la minima vergogna. 

Quello dell'ex wrestler trasformatosi in uno degli attori più pagati e redditizi del momento, una montagna di muscoli che fa sfoggio di sè stessa durante ogni prova fisica, inseguimento e persino in occasione delle scene più ironiche: Mitch, infatti, si assicura che ogni statua scolpita nella sabbia della spiaggia lo rappresenti dotato di organi genitali ben in vista; altrettanto centrale è il corpo di Zac Efron, l'ex ragazzino prodigio osannato dalle teenager in High School Musical, qui validissima spalla comica di Johnson, nei panni di Matt Brody, campione olimpico caduto in disgrazia, che non sa cosa sia il lavoro di squadra e che l'arco evolutivo provvederà a redimere. E, infine, il corpo di Ronnie: il ragazzo è grasso ma si applica e, come ogni nerd che si rispetti, avrà la sua occasione con la pupa del gruppo. Nella prima mezz'ora del film, è proprio Ronnie il protagonista di una gag che lo vede con il pene incastrato tra le fessure di un tavolo (inevitabile pensare al Ben Stiller di Tutti Pazzi per Mary dei fratelli Farrelly). 

Sembra sottinteso quanto sia infruttuoso scagliarsi contro un prodotto del genere, consapevole dell'elevato livello di trash che lo caratterizza. Risiede proprio in questa consapevolezza, nella capacità di Baywatch di giocare con sè stesso e con le aspettative degli spettatori (che nel film troveranno i Farrelly, una crime story abbozzata, riferimenti al precedente episodio, con un pizzico di Superbad di Judd Apatow), la qualità che rende il prodotto privo della benchè minima goffaggine. Il film di Seth Gordon è orgoglioso di essere tamarro, di trasferire l'estetica supereroistica di Fast & Furious sulle spiagge americane. I protagonisti credono in sè stessi, nel lavoro di gruppo, si scagliano contro l'edonismo individuale, infischiandosene di chissà quale eleganza nella struttura narrativa del racconto. 

Preso con consapevolezza, Baywatch non delude le aspettative. Fin dai meravigliosi titoli di testa, manifesto programmatico dell'operazione commerciale costruita sopra le spalle di Dwayne Johnson. Non è contro un cinema del genere (che porta a compimento ogni storyline, probabilmente ingenuotto ma sempre candido e in buona fede, fracassone ma dal cuore d'oro) che va indirizzato il nostro odio. Per quello, ci sono i molteplici prodotti freddi e privi di anima che affollano (inutilmente) le sale cinematografiche dall'inizio alla fine dell'anno.

mercoledì 31 maggio 2017

WONDER WOMAN

di Matteo Marescalco

Dove eravamo rimasti? 

Nel DC Extended Universe di Zack Snyder, Dio è morto e Cristo si è fatto Uomo, tra eccessi barocchi che riescono a far convivere, nonostante la contrapposizione, formalismo e realismo più estremi. Stavolta, tocca a Diana Prince scendere in campo e a noi spettatori assistere alla sua genesi (Diana, come il Clark Kent di Man of Steel, non è ancora Wonder Woman, non si è affermata come simbolo). Dopo un prologo ambientato a Themyscira, isola nascosta da Zeus ai confini del mondo per proteggere le Amazzoni dal mondo corrotto degli uomini, Diana Prince intraprende il suo percorso di educazione sentimentale. 

Detonatore della vicenda? Il pilota americano Steve Trevor che, precipitato in mare con il suo aereo, viene soccorso dalla figlia della regina delle Amazzoni. Il grande conflitto che, secondo il racconto di Steve, imperversa in tutto il mondo potrebbe essere orchestrato da Ares, Dio della Guerra. Cosa fare? Assumere un atteggiamento distaccato o scendere, ancora una volta, sulla Terra e sporcarsi le mani a causa della corruzione e delle passioni umane?

Una lieve precisazione è necessaria: Wonder Woman segna un cambio di rotta nel mondo degli adattamenti DC, contraddistintisi, finora, per il tono serioso e fortemente drammatico, contrapposto all'atteggiamento superficiale e giocoso degli eroi Marvel. Batman e Superman sono personaggi crepuscolari, divinità in terra, alle prese con il loro personale inferno, due solitudini reiette respinte ed accusate dal mondo che, probabilmente, non sente la necessità della loro presenza. Capelli bianchi e rughe ben visibili, Ben Affleck è stato un perfetto Bruce Wayne, perseguitato da terribili incubi fussliani, in crisi di identità in un mondo in cui gli dei sono stati destituiti del loro "mitologico" potere. La Themyscira delle Amazzoni, invece, è un mondo naif e puro. La verginità regna sovrana tra le leggendarie guerriere, che si nutrono di racconti mitologici sulla cosmogonia divina (ricreati in un'animazione digitale che esalta il senso plastico dei corpi protagonisti) e di reciproco affiatamento. Diversa consistenza avrà la seconda parte del film, pur perseguendo una linearità di racconto finora sconosciuta ai precedenti adattamenti del DC Extended Universe. La vicenda è ambientata durante la Prima Guerra Mondiale ed è alimentata da una serie di misunderstandings provocati da un personaggio inserito in un contesto diverso da quello di appartenenza. Diana è un essere puro che si troverà a lottare, innanzitutto, per comprendere la propria identità.

Il mondo degli esseri umani è diverso dall'isola di Themyscira, probabilmente non è più in grado di ascoltare e di credere. Le leggende e le mitologie sono ben lontane dal clima di terrore e di disperazione che regna durante la Grande Guerra. Ecco che, nonostante tutte le debolezze legate alla trama e la tensione pressochè assente, Wonder Woman è come la sua protagonista: ingenuo ma affascinante, candido e corposo, un cortocircuito che rischia di precipitare ma a cui affidarsi totalmente, con un senso di fede, stupore e meraviglia che è sempre più difficile trovare in giro.

martedì 23 maggio 2017

PIRATI DEI CARAIBI - LA VENDETTA DI SALAZAR

di Matteo Marescalco

Questo 2017 ci porta in dotazione anche il quinto episodio di una saga che sembrava non avere altro da dire, dopo un deludente quarto episodio. Parliamo di Pirati dei Caraibi, franchise nato nel 2003 (che tanto avrebbe giovato alla carriera di Johnny Depp, decretandone, allo stesso tempo, la morte artistica), e, in particolar modo di La vendetta di Salazar

I primi tre episodi diretti da Gore Verbinski hanno indelebilmente segnato il cinema commerciale, sancendo il ritorno dei pirati sulla pellicola, accompagnati da leggende, racconti popolari, miti, fantasmi e tantissime altre perle (nere). Johnny Depp si trovava ad impersonare un pirata decisamente effeminato e dalla fortissima caratterizzazione slapstick. Il risultato al botteghino è stato considerevole, tanto da favorire la realizzazione di cinque episodi. Alla macchina da presa, dopo la parentesi musicale e stilizzata di Rob Marshall, si sono piazzati i registi norvegesi Joachim Ronning ed Espen Sandberg, al debutto nell'ambito del blockbuster americano. L'esotismo delle ambientazioni piratesche ha sposato la "grandezza" della mitologia nordica o si è mantenuto su binari già noti ed ampiamente percorsi?

Optiamo per la seconda possibilità. Il lavoro dello sceneggiatore riprende lo sviluppo narrativo de La maledizione della prima luna, recuperandone personaggi e modalità legate all'universo del racconto. Sorge spontaneo pensare ad un'operazione che mira a proteggere il franchise in ottica futura, assicurandogli nuovi episodi e nuovi attori principali. Ecco che La vendetta di Salazar somiglia a quanto fatto con Il Risveglio della Forza. Il dubbio che sorge spontaneo riguarda la potenza dei due brand: senza Johnny Depp, la saga di Pirati dei Caraibi funzionerebbe allo stesso modo in cui Star Wars funziona anche senza Harrison Ford, Carrie Fisher e Mark Hamill? 

Paradossalmente, la presenza che convince meno è proprio quella di Johnny Depp/Jack Sparrow, nume tutelare della saga. Le scene che lo vedono protagonista sono costruite su gag fisiche reiterate che fanno ridere lo spettatore del già visto. Un'aria di freschezza, probabilmente, gioverebbe alla saga. Non sappiamo con quali risultati di pubblico. Tuttavia, ci sentiamo di affermare che, osare maggiormente, in ottica futura, potrebbe non essere una mossa sbagliata!

domenica 21 maggio 2017

SICILIAN GHOST STORY

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank

Muschi e spelonche, macerie abusive e rifugi sotterranei, streghe cattive, eroi e principesse. E due rifugi che nascondono Giuseppe, rapito e imprigionato perché figlio di un pentito di mafia. 

La vicenda ha inizio quando la macchina da presa segue i due giovani protagonisti, Luna e Giuseppe, verso un sentiero silvestre. La cronaca criminale viene trasfigurata in fiaba e in mitologia esoterica, popolata da aiutanti e nemici ma, soprattutto, da una ragazzina che sa spingere il proprio sguardo al di là della realtà fenomenica.
«Pegaso è un cavallo alato, guarda la forma della costellazione!»
«Io ci vedo solo quattro stelle»
«Quando guarderai con attenzione, lo vedrai».
 

mercoledì 17 maggio 2017

RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA

di Matteo Marescalco

Lo scorrere del tempo al cinema non è mai stato così dolce e malinconico come in questo film di Hirokazu Kore'eda

Ryota è un autore dal passato fastoso ma dal presente totalmente fallimentare. Il denaro guadagnato con il successo del suo primo libro è stato completamente scialacquato nelle scommesse, passione che gli è costata il matrimonio con la donna che ama. Ryota è talmente al verde da reinventarsi come investigatore privato per riuscire a versare l'assegno di mantenimento alla moglie e al piccolo figlio. La vita non è andata come immaginava e non tutti diventano quello che volevano essere. Una lunga notte di tempesta costringe i quattro personaggi (Ryota, la moglie, il figlio e la nonna) a condividere lo stesso appartamento fino al giorno seguente. Quale occasione migliore per dirsi quanto negatosi finora ed attutire gli spigoli del presente?

Ritratto di famiglia con tempesta è un film essenziale. Attraversa le due ore di vita con la naturalezza di un qualsiasi evento quotidiano che ci coinvolge e ci stupisce. Kore'eda segue ed esplora minuziosamente i caratteri di ogni personaggio che entra in gioco nel film, sviscerandone le inquietudini e ciò che la vita gli ha sottratto. Ed il flusso del film va avanti, alla ricerca di un tempo perduto, tra malinconia e spirito da commedia. Si ride per le situazioni paradossali cui va incontro Ryota, alle prese con strane investigazioni e pedinamenti vari; ci si commuove per il modo in cui il personaggio principale ha dilapidato i suoi affetti familiari, dandoli in pasto al vizio del gioco che lo ha totalmente inghiottito. La vena comica e leggera non fa da contraltare al tono drammatico di fondo. Le due corde convivono, si mescolano tra loro, in relazione alle dinamiche di una famiglia giapponese che si interroga su se stessa con grazia ed intensità.
 
Ritratto di famiglia con tempesta conferma il cinema di Kore'eda come cinema della quotidianità, alle prese con lo scarto tra illusioni e sogni infantili e cambiamenti irreversibili dell'età adulta, quando si fa i conti con il proprio passato sperando di non restare delusi ma consapevoli del fatto che è quasi impossibile realizzare le aspettative della fanciullezza. E allora, ci si accontenta di giocare al parco con il proprio figlio durante una notte di tempesta alla ricerca di qualcosa che possa ancora fare sognare, dentro un grembo materno in cui cullarci e dormire. E sognare un futuro migliore. Per poi risvegliarci alle prese con l'ordinaria quotidianità, in cui stupore e meraviglia possono, tuttavia, nascondersi dietro qualsiasi angolo.

martedì 16 maggio 2017

SETTE MINUTI DOPO LA MEZZANOTTE

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank

Sette minuti dopo la mezzanotte.

È questa l’ora in cui il Mostro, un gigantesco albero venuto a raccontare tre storie, si presenta a Conor, esigendo da lui un quarto racconto ‹‹sulla cosa più pericolosa di tutte: la verità››. Conor è un dodicenne vittima di bullismo a scuola e costretto a vivere con la nonna, a causa della malattia della madre. La creatura fantastica che il ragazzino invoca per essere aiutato più che per aiutare è un imponente tasso che gli consentirà di sfuggire alla solitudine del suo mondo reale.

C’erano una volta Cleveland Heep e Story, un custode ed una Narf giunta dalle profondità della piscina di un condominio invisibile al mondo, il The Cove, impegnato in un lavoro collettivo sotto forma di una narrazione da costruire. Attraverso la storia (e attraverso Story) si rafforza e si perpetua l’esistenza dei singoli e delle comunità sociali. Il condominio The Cove è un albero sradicato, un libro di fiabe senza destinatario, un uomo invisibile in attesa che si palesi nuovamente il proprio riflesso sulla superficie di una piscina a forma di occhio, ultimo elemento identificativo ed umano in un corpo sintetico.

lunedì 15 maggio 2017

SCAPPA - GET OUT

di Matteo Marescalco

Qualsiasi progetto horror che, negli ultimi anni, ha ottenuto ampi riscontri di pubblico e di critica porta il nome di Jason Blum. La saga di Paranormal Activity, Insidious, Sinister, La notte del giudizio, Ouija, The Visit e Split, a fronte di budget contenuti (compresi tra i 5 e i 9 milioni) hanno realizzato incassi stratosferici (da un minimo di 80 ad un massimo di 270 milioni). Il merito di aver realizzato alcuni dei film con il miglior rapporto costi/ricavi è imputabile ad una precisa strategia produttiva/promozionale/distributiva che vede dei prodotti high-concept (caratterizzati quindi da un'idea lineare e riassumibile in poche parole) a basso budget ma promossi tramite un notevole dispendio economico (il tour promozionale di Split ha toccato ogni angolo del mondo). A fronte di una spesa di produzione di 4,5 milioni di dollari, Scappa-Get Out ha conquistato le platee mondiali, portando a casa finora ben 215 milioni. Altro colpaccio della Blumhouse Productions? Decisamente si!

Chris è un ragazzo di colore che affronta "l'incubo" di qualsiasi ragazzo: conoscere i genitori della ragazza che frequenta da circa 5 mesi. La famiglia borghese vive in una elegante residenza isolata dal resto della città, è di idee progressiste, ha votato Obama alle ultime elezioni ed è pronta ad accogliere Chris. Peccato, però, che mamma e papà non sappiano che il ragazzo è di colore e che si rivelino molto diversi dalle aspettative, a tal punto da trasformare il weekend in un incubo da cui sarà difficile fuggire. 

Scappa-Get Out
è un piccolo horror indipendente diretto da Jordan Peele, noto attore comico americano (e già questa sembrerebbe una contraddizione). Lungo la narrazione lineare ed efficace, venature comiche accompagnano in pianta stabile il clima da thriller claustrofobico che si basa soprattutto sugli ambienti e sulla paranoia dilagante in Chris, provocata dagli strani comportamenti della famiglia della sua ragazza. Il culmine dello straniamento viene raggiunto durante una festa a cui vengono invitate altre coppie borghesi perfettamente bianche. I surreali dialoghi con alcune di loro spingono Chris ad una serie di idee malsane. Tra satira politica ed uno strano razzismo (i neri sono invidiati per la loro prestanza fisica) si dipana la trama di un prodotto che ha nel contrasto tra i corpi apparentemente ripuliti dei suoi interpreti l'aspetto più intrigante. Il meccanismo di genere si basa su una serie di contraddizioni fisiche ed ambientali che prendono in considerazione gli aspetti più subdoli (e per questo più pericolosi del razzismo).
 
Dimenticate il classico horror che terrorizza la sala. Scappa-Get Out segue la strada di The Visit e di Split: spaventare lo spettatore a partire da volti ed ambienti rassicuranti o ironici. Così, il ballo di un ragazzo sulle note di Kanye West, la tranquilla casa dei nonni o, ancora, una perfetta famiglia borghese possono rivelarsi elementi perturbanti più pericolosi di qualsiasi altro oggetto horror classico.   

giovedì 11 maggio 2017

KING ARTHUR-IL POTERE DELLA SPADA

di Matteo Marescalco

Guy Ritchie è uno che ha sempre fatto parlare di sè. Ex marito di Madonna, autore di Snatch, RocknRolla e della rilettura in chiave ultra pop di Sherlock Holmes. Con una personalità del genere, le aspettative attorno a King Arthur-Il potere della spada erano elevate. 

In effetti, possiamo dire che nonostante l'eccessiva frammentazione ed il carattere caotico del racconto, il film funziona anche in virtù di queste scelte che rischierebbero di minarne la compattezza narrativa. Prima di diventare mito, il giovane Arthur cresce come una canaglia nei bassifondi della città, dopo che il malvagio zio Vortigern si è impadronito del trono uccidendo il fratello. La vita di Artù cambia radicalmente quando estrae la leggendaria spada nella roccia. A quel punto, il giovane eroe si troverà costreto ad accettare l'eredità che il destino gli ha assegnato.
 
Dimenticate il classico adattamento fantasy del ciclo arturiano. L'estetica di Guy Ritchie è in grado di fagocitare completamente ogni residuo classico di fondo e di restituire un prodotto fiero di essere commerciale e di presentare Artù come un supereroe protagonista di un'esperienza videoludica. Tra cavalleria ed illegalità, ogni scambio di battuta all'interno del film è orientato a spingere al massimo sul pedale dell'entertainment, perseguendo l'obiettivo di uno spettacolo totale per tutte le due ore di durata. King Arthur, infatti, non rallenta mai ma gioca di continuo sull'effetto attrazione del suo essere.  

L'adattamento funziona proprio in virtù del lavaggio estetico cui è sottoposto. L'arrogante deriva facilita il funzionamento di un prodotto che ha le sue migliori armi nella frammentazione, nella velocità, nell'esagerazione degli effetti speciali e nel suo carattere sincopato. In barba alla noia ed alla lentezza, King Arthur vi regalerà un'esperienza cinetica degna del miglior Zack Snyder.

domenica 7 maggio 2017

ALIEN: COVENANT

di Simone Fabriziani

A 5 anni di distanza da Prometheus arriva in sala il secondo capitolo della serie prequel di Alien, nuova estensione del fruttuoso franchise che, stando alla volontà del regista Ridley Scott, potrebbe addirittura comprendere altri 4 nuovi film. Nel 2012 eravamo a bordo di una nave spaziale, per l'appunto la Prometheus; oggi, invece, siamo sulla Covenant, impegnata in una missione di ricolonizzazione e diretta verso un pianeta che ormai dista solo sette anni di viaggio. Ma qualcosa, improvvisamente, va storto.
 
L'equipaggio della Covenant si trova in stato di sonno criogenico mentre la nave è governata da Walter, un modello di androide simile a David, e da un'intelligenza artificiale chiamata Mother. Un giorno la nave si trova nel mezzo di una tempesta cosmica che provoca seri danni, così Walter e Mother sono costretti a risvegliare l'equipaggio. Nell'incidente muoiono numerosi coloni ed un membro dell'equipaggio, il capitano Branson. La Covenant si ritrova di colpo sotto il comando di un nuovo capitano e mentre tutto l'equipaggio si appresta a sistemare i danni subiti dalla nave prima di tornare al sonno criogenico, viene captato un segnale radio da un pianeta in perfette condizioni, poco distante, tra l'altro, dalla posizione della Covenant. Il cambio di rotta è immediato.
Complice un completo recast che non è stato in grado di sostituire attori del calibro di Noomi Rapace, Charlize Theron e Idris Elba, il film non riesce mai a decollare del tutto. La prima parte scorre lenta; subito dopo l'incidente che ha risvegliato l'equipaggio viene inserita una lunga sezione dedicata al compianto del capitano, il cui unico scopo è quello di farci avvertire il forte senso di famiglia venutosi a creare tra i membri della Covenant ma che finisce per rallentanre inutilmente la narrazione.
 
Nella seconda parte invece arriva l'azione vera e propria e, soprattutto, arrivano gli alieni, per la gioia dei fan della saga e del film stesso, che assume un carattere più scorrevole. Ad essere sacrificate sono le derive horror caratteristiche dell'Alien originale, che avrebbe allontanato il film dalla concezione più commerciale e moderna del termine action movie.
La regia di Scott è priva di particolari guizzi e abbastanza piatta, soprattutto nelle scene d'azione che spesso risultano confuse. Anche la storia, giunti allo scoglio di metà film diventa terribilmente prevedibile, facendo sorgere seri dubbi sul futuro del franchise che forse, già al secondo film, ha esaurito il proprio discorso. Sono queste le principali pecche di Alien: Covenant che contribuiscono a rendere del tutto dimenticabile un film appena godibile.