domenica 18 dicembre 2016

SPLIT

di Matteo Marescalco

Quando si parla del cinema di un autore come M. Night Shyamalan, chi vi scrive è, senza dubbio, di parte. Vedere un film di questo regista indiano adottato dalla Pennsylvania necessita di un atto di fede nei confronti del racconto proposto. Storie di fantasmi dell'immaginario e della coscienza. Segni di un tempo che fu, di amori e di rapporti interrotti, tornati a galla per rimarginare ferite che bruciano ancora. Fantasmi come storie che popolano e che caratterizzano in profondità la vita di tutti. 

Da Il sesto senso in poi, M. Night Shyamalan si è affermato come uno dei maggiori storyteller del cinema americano contemporaneo, nonchè come un regista attento al bilanciamento formale ed alla composizione di ogni singola inquadratura. I suoi film vivono degli atti di fede dei personaggi, adulti irrisolti che si trovano ad affrontare eventi irrazionali esperibili soltanto tramite la loro parte più infantile: la purezza e il candore dello sguardo convogliati verso un estremo bisogno di raccontare storie. Come ha affermato durante la masterclass a Roma, organizzata da Fondazione Cinema per Roma in collaborazione con Universal Pictures International Italy, in occasione dell'anteprima di Split, Shyamalan ha sempre utilizzato il genere come pretesto narrativo per ancorare gli spettatori alle vicende narrate, innervando il sottotesto dei suoi film di elementi melodrammatici: -Non penso di fare film di genere. Sono prodotti drammatici con un soggetto di genere. Per parlare di fede e di alieni, è meglio utilizzare una via traversa. Quando mi dicono che i miei film fanno paura, io non condivido mai la loro opinione. Mi piacciono le emozioni forti che solo il genere riesce a creare, quelle che fanno guardare meglio la storia-. 

E, in effetti, Split è un film di emozioni forti. Protagonista della vicenda è Kevin, un uomo con 23 personalità che convivono nel suo corpo ed una 24esima, quella della Bestia, la più pericolosa e terrificante, in procinto di nascere. Una mattina qualunque, Kevin rapisce tre ragazze, conducendole in un luogo sconosciuto. Tra flashback sul passato di una di loro e situazioni al limite del surreale, gli spettatori sono trasportati in un oscuro labirinto che conduce dritto alla psiche umana. La lotta per la sopravvivenza fisica e mentale non è mai stata così difficile. 

Il 2015 ed il 2016 sono stati gli anni della rinascita per M. Night Shyamalan, che è tornato alla ribalta con Wayward Pines e The visit che segnava un differente approccio stilistico del regista alla materia trattata. Split è un'ulteriore evoluzione: per descriverlo, si potrebbe parlare di esercizio di stile depurato. Fondamentalmente perchè il film evolve e si sviluppa in modo assai semplice nell'approfondimento  della personalità di una delle ragazze rapite, Casey, l'unica in grado di affrontare la Bestia per dei motivi che è meglio non svelare. Orrore ed ironia non sono mai andati
così a braccetto nel cinema di Shyamalan che sembra aver imparato a prendersi un po' in giro. Il film più lungo del regista di Filadelfia è anche, paradossalmente, il suo lungometraggio più lineare, quello in cui i diversi personaggi seguono il loro naturale arco di evoluzione. Chi è in grado di leggere e sentire tra le righe sembra, ancora una volta, essere dotato di un sesto senso che gli consente di vedere oltre. Nonostante questa ritrovata purezza, il cinema di Shyamalan si conferma come un gigantesco universo di citazioni e di rimandi in cui affogare e lasciarsi cullare. Il finale eclatante regala alla sala più di un'emozione e conferma quanto il regista sia ancora capace di mirare tanto al cervello quanto allo stomaco dei suoi spettatori. Shyamalan vede il nichilismo nascosto dentro le immagini, con quei movimenti di macchina che sembrano allontanare dalla realtà in un continuo oscillare tra inquietudine e ritorno alla luce. Ecco che ogni suo racconto diventa metafora di un nuovo modo di credere nel reale, un atto di fede che si può raggiungere chiudendo gli occhi e ascoltando e toccando le cose per comprendere cosa sono realmente. Alla ricerca di quel legame invisibile che connette ogni essere umano. 

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