sabato 18 novembre 2017

GLI SDRAIATI

di Matteo Marescalco

Chi sono gli sdraiati? Adolescenti che guardano il mondo dal punto di vista del divano di casa loro, alternando lo sguardo su smartphone, diventato a tutti gli effetti un prolungamento corporeo, e tv. Tito, il figlio di Giorgio Selva, è uno sdraiato. Lui e i suoi amici (la banda dei froci) sono alti, grassi, puzzano, si raccontano balle e stanno sempre insieme, da scuola al divano fino al letto. Finchè non irrompe Alice, la nuova campagna di classe, che spezza la quotidianità dei ragazzi e di cui Tito finisce per innamorasi. Giorgio Selva è uno stimato volto della tv pubblica, conduce un programma di approfondimento e vive con il figlio in un'area ipermoderna di Milano, all'interno di un grattacielo che è un po' il suo rifugio in cui nascondersi. Ha un suocero che adora, un figlio che non lo considera (Tito), una ex moglie giornalista che non incontra da anni, una ex domestica con cui, 17 anni prima, ha avuto una relazione extraconiugale e la banda dei froci che, insieme a Tito, gli rende le giornate infernali.

Gli sdraiati è anche il titolo del libro di Michele Serra, pubblicato nel 2013 da Feltrinelli Editore, da cui Francesca Archibugi e Francesco Piccolo hanno tratto questo film. Lo sguardo della regista alterna punti di vista diversi, osservando le ragioni che spingono Giorgio Selva a sentirsi un padre escluso dalla vita del figlio e quelle che caratterizzano l'atteggiamento di Tito, in cerca di maggiore libertà ed indipendenza. Il problema nel rapporto tra i gruppi di personaggi di età diversa risiede nella povertà di immaginario e di soluzioni creative che la regista e lo sceneggiatore propongono. Gli adulti sono tutti pezzi grossi dei media o della vita intellettuale italiana (la vita dei pochi proletari presenti viene trattata in modo esageratamente didascalico); i ragazzi, dal canto loro, si muovono tutti in bici e presentano atteggiamenti ai limiti della sopportabilità, all'interno di quel cantuccio sicuro che è offerto loro dalla ricchezza dei genitori. Tutto sommato, si poteva cercare un approccio che si allontanasse dalla superficie opaca dello stereotipo e che attingesse al materiale di partenza in modo diverso.

Nel mosaico di personaggi che popolano Gli sdraiati, un gigantesco punto interrogativo riguarda
Antonia Truppo, costantemente sopra le righe nell'interpretare la domestica trapiantata al nord che riveste un ruolo fondamentale nell'economia dello sviluppo narrativo del film. Il mondo in cui si muove la Archibugi è un ben preciso universo radical chic popolato da ragazzini menefreghisti e genitori che consentono loro ogni comportamento, anche il più esagerato, tra appartamenti affollati di libri, piscine al coperto, vigneti e ville vista mare. Il ritratto generazionale non funziona perché ogni elemento portato in scena è spinto al parossismo finendo per privare il pubblico del piacere della condivisione di sensazioni con i personaggi, figurine monodimensionali prive di umanità e che stancano dopo pochi minuti.

mercoledì 15 novembre 2017

JUSTICE LEAGUE: LA TRISTE PERFEZIONE DEL BATMAN DI BEN AFFLECK

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Sensi di Cinema

Chi vi scrive ha trascorso la propria giovane vita alle prese con una mamma innamorata di Ben Affleck. E come criticarla?! Mascella volitiva e fisico da quarterback, Affleck ha attraversato da protagonista, nel bene e nel male, gli anni 2000. Armageddon, Shakespeare in Love, Bounce, Pearl Harbor, Daredevil, Amore estremo, Hollywoodland sono le tessere che hanno contribuito a costruire quel gigantesco mosaico fatto di odio e amore/fallimenti e vittorie nei confronti di un attore che ha sempre dato l'impressione di avere un talento particolare nell'inimicarsi i pareri della critica che, a sua volta, gli ha spesso riservato il fondo di un oceano viscoso e particolarmente oscuro difficile da risalire. Come non provare affetto per quel mascellone dalla stazza titanica che incappava in film il più delle volte dalla discutibile qualità? Sguardo perso nel vuoto e bocca semiaperta, Ben Affleck ha sempre dato l'impressione di mettercela tutta ma di non riuscire a raggiungere esiti soddisfacenti nell'arte della recitazione.
Fino alla rinascita del 2007 con Gone baby gone e i successivi The Town e Argo che lo porta al secondo Oscar (La legge della notte è stato un totale flop nel mondo, emblema chiarissimo dello sfortunato destino del suo autore). E giù con complimenti, processi di redenzione ed il «Ma quindi non era lui lo scemo della coppia Ben Affleck-Matt Damon!».

Tutto questo preambolo dalla parvenza inutile, in realtà, serve per giustificare l'affetto smisurato che chi scrive prova per il regista/attore americano ed un concetto che innerva il pezzo critico: non esiste miglior Batman di Ben Affleck.
Nessuno meglio di lui è stato in grado di portare sulle sue spalle il peso di un progetto (il DC
Extended Universe) nato nel 2013 con Man of Steel (lo stesso anno in cui è stato dato l'annuncio che il Batman post-Christian Bale sarebbe stato interpretato proprio da Affleck) per rincorrere i successi al botteghino del Marvel Cinematic Universe (omologato su un unico tono ma, quanto meno, ben più solido sul versante produttivo rispetto al colpo di coda finale del team DC). Zack Snyder è stato garante di un'operazione sbilenca, una corsa contro il tempo che ha dato linfa vitale ad un nuovo modo di concepire il blockbuster supereroistico, lontano dal mediocre appiattimento della Marvel, e più vicino ad una concezione autoriale dell'operazione: lo sguardo di Snyder è totalitario sui primi quattro film alla base dell'universo condiviso, rispecchia il suo modo di concepire il cinema come assalto multisensoriale allo spettatore volto a destrutturare l'epica classica di supereroe (e a mettere in scena persino la sua morte). Tutto è andato a buon fine? Non troppo. E quest'ultimo Justice League, primo film totalmente corale del team DC, è la perfetta sintesi degli aspetti più problematici che pendono come una spada di Damocle sul suo capo nonché emblema di ciò che il futuro, molto probabilmente, ci riserverà.

La trama è più che mai lineare: dopo la morte di Superman, la Terra è presa di mira dalla più malvagia forza aliena di sempre, Steppenwolf, che approfitta della sua vulnerabilità provocata dalla fine del figlio di Krypton (la vicenda è lievemente più complessa e tira in ballo concetti quali speranza e paura ma, al momento, non è necessario approfondire). Batman, sempre più stanco del proprio ruolo, mette insieme una straordinaria Lega per contrastare il Male. Wonder Woman, Aquaman, The Flash e Cyborg si uniranno e combatteranno insieme in difesa dell'umanità. 

Il progetto di Justice League è da tempo nell'occhio del ciclone: pochi mesi fa, Zack Snyder, a seguito di un lutto familiare, ha abbandonato la regia del film e ha lasciato la post-produzione e la regia delle riprese aggiuntive a Joss Whedon, celebre papà degli Avengers cinematografici (insomma, JL è passato al nemico). Il film, inizialmente, sarebbe dovuto constare di due parti, ridotte ad una, abbondantemente superiore alla durata di due ore, ulteriormente limate alle due ore. Abbandono di Snyder ed ingresso repentino di Whedon hanno complicato ulteriormente i piani, finendo per rendere Justice League un prodotto ben più omologato dei suoi fratelli maggiori al panorama del blockbuster contemporaneo e manchevole di una compattezza, nonostante la breve durata. Le atmosfere narrative cupe e la magniloquenza tematica sono state abbandonate per cercare un'ibridazione (i punti di vista di Snyder e Whedon sono diversi) che mina la tenuta complessiva del film.

Tuttavia, a maggior ragione, un film così martoriato, con un Ben Affleck in piena terapia riabilitativa
per dipendenza da alcool e reduce dal clamoroso insuccesso di La legge della notte, che  dice, insieme al suo Batman, di non essere più in grado di tenere le redini del gruppo (l'abisso della sua solitudine, del senso di colpa e del rancore non è mai stato così profondo), crea un incredibile cortocircuito tra finzione e realtà ed attesta la perfezione dell'attore americano per quel ruolo. E se il cuore del progetto DC risiedesse proprio nelle crepe che rendono la sua struttura traballante? Nella goffaggine quasi infantile che caratterizza l'ammissione di colpevolezza di Batman? Se fossero proprio i deragliamenti del tessuto produttivo a far tremare l'ossatura ma a mantenerla, allo stesso tempo, viva? Una clamorosa deflagrazione, nella sua imperfezione ben più perfetta di quella dei precedenti episodi, che porta ad una piena coincidenza tra vicende private e pubbliche e dota Justice League di un cuore gigantesco (lo stesso che, a tempi alterni, abbatte Ben Affleck e gli dona nuova vita) difficilmente ravvisabile altrove.

lunedì 13 novembre 2017

BORG MCENROE

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata su Point Blank

«(…) I live my life for the stars that shine. (…) Tonight I'm a rock 'n' roll star. Tonight I'm a rock 'n' roll star», canta, con un certo piacere, dal 1994 Liam Gallagher, co-fondatore degli Oasis, i cattivi ragazzi per eccellenza della musica inglese degli anni '90. 

Per restituire il fulgore della finale di Wimbledon del 5 Luglio 1980, il regista Janus Metz concentra la sua attenzione sul concetto di rock star, un concentrato immortale di demoni interiori e di volontà di apparire e di donarsi ai media, una celebrità “sporca” che detta la moda di un ben preciso tempo storico. Da un lato, c'è Björn Borg, l'iceborg svedese, fascia alla fluente chioma vichinga, sguardo da duro e collanina ad incorniciare il collo e a sfiorare il colletto aperto della polo. Dall'altro, John McEnroe, il super brat americano del tennis, genietto ribelle e precoce, carattere irascibile, carnagione chiara e massa di capelli ricci.  

*continua a leggere su Point Blank: http://www.pointblank.it/recensione/borg-mcenroe/ 

NEMESI

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata su Point Blank

(…) and I always sleep with my guns when you're gone
(…) when I'm all alone the dreaming stops
and I just can't stand


Nel cinema come atto di resistenza e di reincarnazione quale è Nemesi, un fondamentale punto di vibrazione del testo filmico è costituito dalla sequenza (auto-)ripresa dalla microcamera dello smartphone in cui (il fu) Frank Kitchen si rivolge allo spettatore e gli punta contro la pistola, poco prima di abbandonarsi ad un futuro tutto da costruire. «Change is gonna come!». Quindi, probabilmente, non abbiamo ancora sentito/visto niente? 

Tra le nebbie notturne di una luna che non lascia mai posto al sole, Frank Kitchen è un terribile killer a pagamento (incarnato dal corpo di Michelle Rodriguez, sacrificio in difesa dell'universo digitale di Pandora) che popola le confessioni della dottoressa Rachel Jane, ricoverata in un centro psichiatrico ed immobilizzata da una camicia di forza, a cui presta il volto Sigourney Weaver, madre per eccellenza delle contaminazioni post-moderne. Kitchen si aggira come uno spettro. È un fantasma che non lascia tracce e che nessuno ha visto, tanto da far credere all'analista Ralph Galen che si tratti di un mero parto immaginario di Rachel Jane, un semplice transfert delle sue insicurezze private. In realtà, il serial killer ha ucciso il fratello della dottoressa che, per vendicarsi, lo ha sottoposto ad un'operazione di cambiamento di sesso, ri-assegnando il suo ghost ad un nuovo supporto fisico.

*continua a leggere su Point Blank: http://www.pointblank.it/recensione/nemesi/

mercoledì 8 novembre 2017

OGNI TUO RESPIRO

di Matteo Marescalco

Breathe: il costante rumore di sottofondo della narrazione.

Campagna inglese del 1957, campi lunghissimi, la visuale si restringe su una partita di cricket e, progressivamente, sui volti di due giovani: Robin Cavendish e Diana Blacker. Lui è impegnato nel gioco ma la sua attenzione è concentrata più su Diana che su altro; dal canto suo, la giovane Blacker viene descritta da un compagno di gioco di Robin come un'amante scatenata che cambia sempre uomo, una preda decisamente non alla sua portata. I piani sempre più stretti sui volti dei due personaggi principali delineano l'itinerario che sarà intrapreso dal film e che trova perfetto compimento nei rapidi minuti successivi. 

Come in Up, anche in Ogni tuo respiro la relazione tra Cavendish e Blacker viene presentata tramite il montaggio di alcuni momenti fondamentali: il primo bacio, il viaggio in Africa e la dichiarazione d'amore accompagnata dalla proposta di matrimonio. Tutto procede per il verso giusto; la coppia è incredibilmente bella ed affiatata e si trasferisce in Kenya dove Robin lavora alla ricerca di produzioni di tè da lanciare sul mercato inglese.
Alla fine di una partita di tennis, tuttavia, Robin inizia a soffrire di una serie di sintomi che lo condurranno alla paralisi pressoché totale del corpo. La poliomielite lo ha colpito, condannandolo ad un'esistenza bloccato su un letto, alle prese con un respiratore artificiale che scandisce (e determina) la sua vita.

Con queste premesse, favorite dal fatto che la regia fosse del debuttante Andy Serkis (che ha comunque alle spalle la lunga esperienza di direttore della seconda unità della trilogia de Lo Hobbit di Peter Jackson), l'idea del biopic inondato di sentimentalismo e di buone intenzioni più che un'ipotesi sembrava realtà. E, invece, Ogni tuo respiro è un prodotto magistrale in cui la scansione del racconto è costruita su una trama principale coadiuvata da una serie di sottotrame che forniscono il pretesto per conoscere meglio i protagonisti della vicenda ma, soprattutto, per tenere vigile l'attenzione dello spettatore. Al di là del quesito principale («Riuscirà Robin a condurre una vita degna di essere vissuta o, quanto meno, a superare il limite previsto dal medico che lo ha in cura?»), il racconto ne sviluppa altri paralleli che ne ossigenano la spina dorsale. Si riflette sulla questione dell'autodeterminazione dei malati, sul diritto all'eutanasia e sul testamento biologico, sulla battaglia di un amore che ha resistito nonostante tutte le avversità.

Ogni sequenza è costruita su un abile bilanciamento delle immagini (la cui successione è basata sul classico principio causa-effetto) ma, soprattutto, su un intelligente sviluppo dei desideri e delle necessità dei personaggi, cuore pulsante del film. Dietro l'attenzione formale, si nasconde un rumore onnipresente, quello del respiratore artificiale, che puntella ogni sequenza. Sembra quasi di poter ascoltare il respiro autonomo del film, il movimento incessante della sua anima. La collocazione dei punti di svolta è attenta alle dinamiche di sviluppo dei protagonisti, che compiono un buon arco di trasformazione e si trovano ad affrontare, di volta in volta, problemi che necessitano un maggiore sforzo.

A pensarci bene, potrebbe non esserci stato regista più adatto di Andy Serkis a dirigere questa storia. L'essere umano dietro King Kong, Gollum e Cesare, gli esseri sintetici più famosi del cinema contemporaneo. L'analogico alla base del digitale. Il fattore umano in grado di dare linfa vitale ad un racconto altrimenti schiacciato su banali stereotipi.