giovedì 20 luglio 2017

CODICE CRIMINALE

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank 

La comunità in cui vivono Chad (Michael Fassbender), il padre Colby (Brendan Gleeson) ed un ridotto gruppo di nomadi anglosassoni è un the village, con regole proprie ed una moralità tutta particolare, che alterna concitati inseguimenti a lezioni casalinghe e messe private. Chad, stanco dei furti occasionali e della sua vita ai margini, vorrebbe garantire ai figli un'esistenza migliore. Ma, per farlo, deve ottenere il permesso di Colby, capofamiglia convinto che la società sia un mostro ingovernabile dalla quale è meglio stare il più lontano possibile.
 
Codice criminale, o meglio, per entrare da subito nel discorso filmico, Trespass against us. Il rapporto tra Chad e Colby è una questione di debiti e di sangue, di legami e volontà. Il titolo originale del film cita un verso del Padre Nostro e scavalca, in tal modo, l'involucro da crime-action movie che suggerisce, invece, la traduzione italiana. Il cuore di questo Codice Criminale, dell'esordiente Adam Smith, risiede in una delle tematiche più inflazionate di cinema e letteratura: la tensione che nasce tra padre e figlio quando il secondo termine contraddice le decisioni del primo.


mercoledì 12 luglio 2017

THE WAR: IL PIANETA DELLE SCIMMIE

di Egidio Matinata

Rise
Dawn
War

War for the Planet of the Apes. La guerra per il pianeta delle scimmie. Sì, perché la Terra ormai è in mano loro, con la razza umana diretta verso un inesorabile e meritato declino. Lo scontro che le vede protagoniste si basa su una riappropriazione, non su una conquista. La riappropriazione del posto che spetta loro e anche di una supremazia ideologica e morale; un viaggio, una parabola che, coerentemente con gli altri due capitoli, è mediata dal protagonista stesso.

La crescita di Cesare avviene sempre grazie ad un confronto.
Nel primo capitolo avveniva con Will (James Franco), il suo padre adottivo/creatore.
Il loro arco di trasformazione si sviluppava in maniera opposta: Cesare era un essere "nuovo", che partiva da una situazione di subalternità per giungere ad abbracciare il ruolo di capo, guida, messia; Will era un uomo illuminato che però non si era reso conto, almeno fino all’ultimo incontro con Cesare, della portata degli avvenimenti a cui aveva dato inizio.

Nel secondo film, Cesare si confronta alla pari con un altro essere umano, Malcolm (Jason Clarke): entrambi partono con dubbi, incertezze e timori, ma finiranno col rendersi conto che la convivenza e la sopravvivenza delle razze sarebbe possibile, nonostante lo scontro diventi inevitabile; ma Cesare si rende conto anche di un’altra cosa: il male che intacca gli esseri umani fa parte anche delle scimmie e, come sembra suggerire il primissimo piano e il particolare degli occhi e dello sguardo finale, anche di Cesare stesso.

Il terzo capitolo porta alle estreme conseguenze tutti i conflitti, interni (superiorità/dovere morale) ed
esterni (uomo vs scimmia), condensati perfettamente nella figura del Colonnello, un poderoso, spietato ma anche fragile Woody Harrelson.

Non è il film che ci si aspetta di vedere.
Poteva permettersi di essere molto più semplice, lineare, banale addirittura, ma questa saga non lo è mai stata, e lo riconferma anche in questo finale.
Lo scontro che avviene non è tanto fisico, quanto interiore, con i fantasmi, con le paure, i dubbi e le sfide che pone un conflitto così grande.
Duro, spietato, complesso, capace di rimettere sempre in discussione i suoi personaggi, e con essi anche le certezze dello spettatore, War for the Planet of the Apes è un film di guerra, un western, un dramma psicologico, un’epica storia di avventura ed azione, la degna conclusione di una grande trilogia.

mercoledì 5 luglio 2017

SPIDERMAN: HOMECOMING

di Egidio Matinata

Non si può parlare di Spider Man: Homecoming senza considerarlo come ciò che rappresenta (ossia la singola parte di un tutto) all’interno dell’universo cinematografico della Marvel.
Il periodo in cui le serie tv stavano diventando qualitativamente il nuovo cinema è ormai passato.
Già da tempo il cinema, in alcuni ambiti, si sta approcciando a storie e personaggi con linguaggi e modalità molto vicini all’universo televisivo. 
Il Marvel Cinematic Universe ne è l’esempio più colossale, lampante ed evidente.
In Civil War non ci si preoccupa di presentare “nuovi” personaggi o spiegare determinate situazioni, poiché si dà per scontato che lo spettatore abbia visto la puntata precedente, data la forte continuity  all’interno del franchise.

Uno dei fattori che più salta all’occhio riguarda l’uniformità stilistica che contraddistingue tutti i film della saga e che, purtroppo, appiattisce il livello registico e di messa in scena di questi film.
Zack Snyder, invece, nonostante tutte le colpe e i difetti che gli si possono imputare (legittimamente, nella maggior parte dei casi), ha provato a portare l’impronta autoriale nel mondo DC. Anche in quel caso però, oltre ai problemi di base, il regista è stato costretto ad infilare a forza, in poco più di due ore e mezza, il materiale che sarebbe bastato e avanzato per una stagione di dieci episodi. Il risultato è stato un disastro quasi totale, e l’avvicinamento di Joss Whedon al DC Extended Universe sembra a dir poco provvidenziale.

La tendenza all’appiattimento è inevitabile in progetti del genere, cosa che da un lato può portare a tempi di produzione più veloci, ma anche all’impoverimento del linguaggio cinematografico.
Tendenza da cui non sfugge neanche questo terzo reboot di Spider Man, sul quale non c’è molto da dire. L’azione non è il punto forte del film: il regista non sembra essere particolarmente a suo agio da questo punto di vista, esclusa la scena nella parte centrale, sull’obelisco, la migliore tra le sequenze adrenaliniche. Il ritmo è quasi sempre elevato, ma risulta meno efficace poiché spalmato su 133 minuti che risultano davvero troppi.
Neanche la sceneggiatura, scritta a dodici mani (!), brilla per originalità o particolare inventiva, anche se il colpo di scena che introduce l’ultimo atto del film è davvero ben costruito ed efficace, capace di saldare alla perfezione le due linee principali della trama: da un lato la voglia del giovane Peter Parker di trovare un posto nel mondo e dall’altro l’aspirazione a far parte dei famigerati Avengers.

Evitando di appesantire la storia con la tematica del rapporto padre/figlio (come sembrava facilmente pronosticabile) e riducendo il minutaggio di Robert Downey Jr., il film riesce a costruirsi una propria identità, riprendendosi dopo una prima parte problematica e regalando una visione a tratti divertente e piacevole. Niente di più.


 

P.S. Si consiglia di non rimanere fino alla fine dei titoli di coda.

domenica 25 giugno 2017

SEXY DURGA

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank 

Semplice on the road o viaggio alla scoperta della dimensione sacrale e primitiva di un racconto connesso alla mitologia indiana? Incarnazione di una divinità o ragazza in fuga da un segreto che vuole, a tutti i costi, nascondere?

Questi due enigmi sono il cuore pulsante di Sexy Durga, lungometraggio di Sanal Kumar Sasidharan, presentato in concorso in occasione della 53esima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro. Sulle lost highways che costeggiano una serie di località dell'entroterra indiano, si consuma la fuga di due ragazzi (Kabeer e Durga) e il loro disperato tentativo di raggiungere una stazione ferroviaria per spostarsi verso il Nord dell'India. Lungo il loro tragitto, incontrano forze di polizia, una piccola banda di criminali reduce da una rapina e due uomini malintenzionati da cui riescono a fuggire con difficoltà. In contemporanea ai tragitti rettilinei compiuti dalla coppia in fuga, il moto ondulatorio e circolare di una processione sacra anima le strade di un villaggio del Kerala. In preda a danze baccantiche, alcuni fachiri si fanno trafiggere il corpo con degli uncini e partecipano, appesi a dei cavi, al rito Garudan Thookkam, forma d'arte rituale in ringraziamento alla Dea Kalì. 

venerdì 23 giugno 2017

CIVILTA' PERDUTA

di Macha Martini

Il cinema: continua ricerca di un sogno in una giungla sperduta.

Fotografia scura, tendente al giallo ocra. Inquadrature da specchi, di persone che si allontanano. Pellicola 35 mm. Uno stile inconfondibile: James Gray. Eppure, la Civiltà perduta non sembra affatto essere un film del regista dalle origini russe. New York è totalmente dimenticata, siamo a Londra all’epoca delle grandi esplorazioni coloniali. I personaggi dostoevskijani immersi tra luce e ombra, tra peccato, sofferenza e speranza? Niente da fare, neanche la minima ombra. Conflitto padre-figlio? Appena accennato. 

James Gray ha cambiato rotta, eppure ne è uscito comunque vincitore. 
Chiudete gli occhi. Cos’è un cineasta? Un sognatore, uno alla continua ricerca di una Eldorado, di un sogno a cui nessuno crede. Il regista newyorkese decide di lasciare i personaggi concettuali dei suoi precedenti film per affrontare un nuovo tema, il cinema stesso. Il cinema mascherato sotto la lotta di un esploratore, realmente esistito, nel trovare Z, la civiltà perduta. 
Fawcett, il protagonista di questa vicenda, già raccontata nel romanzo di Grann, dall’omonimo titolo del film, è l’alter-ego di Gray. «Io sono fatto così, se le persone mi dicono: -Non sarai mai in grado di fare un film come questo-, io mi sento in dovere di dimostrare che si sbagliano» dice il regista nel parlare della grande sfida produttiva che si mostrava essere il film (dovendo girare scene a Londra, ambientata però nella Prima Guerra Mondiale, e in mezzo alla giungla). Esattamente lo stesso sentimento che pervade Fawcett, che non può arrendersi, deve trovare Z, a tutti i costi. 
Un esploratore che ha la stessa stoffa di cui sono fatti i sognatori, ovvero, di cui sono fatti i cineasti. 

Non è un caso, infatti, che sempre la sua figura precedentemente abbia ispirato Conan Doyle nella stesura de Il mondo perduto, che a sua volta ha ispirato Jurassic Park e che, inoltre, sia stato lo spunto per la creazione del personaggio immaginario di Indiana Jones. Il personaggio, quindi, non solo può rappresentare l’emblema della sfida che un regista e un produttore devono affrontare per produrre un film (difficoltà pari all’addentrarsi in una giungla misteriosa abitata da natii, il pubblico, che possono apprezzarti o decidere di distruggerti), ma è anche lo stereotipo di tutte le storie di avventura e azione che hanno sempre fatto brillare gli occhi alle case produttrici.

Gray, però, elimina l’azione e l’avventura, optando per un escamotage tipico dei suoi film: fa entrare il pubblico dentro il personaggio, dentro il suo animo. Noi non vediamo più un film ma stiamo nella giungla e vogliamo trovare Z a tutti i costi, nonostante le peripezie. Siamo un esploratore, siamo un regista, giriamo scene e scene nella giungla e vicino a un fiume. 
«Quando comincio a sentire delle persone nel buio che urlano che il fiume stava per uscire», non sembra un grande problema «tanto saremo fuori di qui in poche ore. Sei minuti dopo il fiume ha improvvisamente inondato l’intero set in circa 45 secondi. Tutti ci siamo messi a correre verso le colline, afferrando le cineprese e le pellicole. Dopo due minuti, l’area in cui stavamo girando era completamente sotto l’acqua» (James Gray in un’intervista per l’ufficio stampa della Eagle Pictures). 

Questo significa essere registi ed esploratori. Questo è il sogno che il pubblico, grazie alla maestria di Gray, vuole vedere realizzato. Non è un film di Gray. Questo è un film sul cinema, una continua ricerca di un sogno in una giungla sperduta, che però solo un abile maestro come Gray, e un abile sognatore, avrebbe potuto portare a termine sino alla fine.